Prove tecniche di «teatro nel teatro» Bruni e i vizi dell'arte secondo Bennet

Il tinello che si staglia al centro del palcoscenico dell'Elfo Puccini, rivoltato come un calzino per l'allestimento di Il vizio dell'arte (la nuova produzione del teatro di corso Buenos Aires in cartellone fino al 16), ha la cucina a vista. Nel 1972 Wystan Auden vi trascorre le sue giornate da vecchia gloria della poesia inglese ricevendo, e talora confondendo tra loro con conseguenze spassose, petulanti intervistatori, prestanti marchettari, celebri e compassati amici.

Il tinello in questione però non è altro che la scenografia di una commedia con un titolo altisonante come Il giorno di Calibano , della quale una compagnia dei nostri giorni sta effettuando le prove in un teatro londinese. La trama di questo «spettacolo nello spettacolo» ruota intorno a un Auden al crepuscolo (qualche accenno di Alzheimer, l'abitudine di far pipì nel lavandino, la passione per i ventenni ruspanti), galvanizzato dall'imminente (ma nella realtà mai avvenuto) incontro con Benjamin Britten. Compositore all'apice della fama, Britten è incerto sul portare a termine la sua ultima e rischiosa opera, ispirata a Morte a Venezia di Thomas Mann.

Chi altri, se non il poeta di culto dell'«Età dell'ansia», potrà instillargli la tensione necessaria per proseguire nell'impresa, persino a costo di rovinarsi la carriera? Scritto con erudizione e maliziosa eleganza da Alan Bennett, Il vizio dell'arte potrebbe risultare un esempio molto tradizionale di «teatro nel teatro», se non fosse per quella presenza, fisica e anche molto metaforica, di una cucina sullo sfondo. La regia di Francesco Frongia e Ferdinando Bruni, imperniata sullo spalancamento del palcoscenico e sulla «messa in vista» dei meccanismi teatrali, fa percepire efficacemente come si prepara uno spettacolo, come si dosano i sapori apportati dai vari personaggi, quanto possono e devono amalmagarsi gli attori con i loro ruoli. Su tutto prevale il gusto inconfondibilmente british del testo di Bennett: una perfetta mescolanza di humour e malinconia, vitalismo e understatement, kitsch e senso dell'etichetta, grazie alla quale l'Auden ruvido, disinibito e spavaldo, interpretato da Bruni, riesce forse a placare la sua fame di esistenza.