Punito un cyberbullo Dovrà fare un corso per capire i suoi errori

Per mesi ha perseguitato un quindicenne e la sua fidanzatina con insulti sui social

Potranno addirittura incontrarsi di nuovo vittima e bullo, in una situazione protetta. E parlarsi faccia a faccia. Ma solo al termine di un percorso terapeutico che li porterà a capire il perché dei propri gesti: da un lato le offese, gli insulti, il progetto di gettare sulla vittima la vergogna di tutta la scuola; dall'altro il senso di colpa, la frustrazione, l'isolamento. L'incontro finale, previo consenso e lavoro anche sulle famiglie, è l'ultimo atto di un percorso di «mediazione» e che per la prima volta viene attuato a Milano dopo un episodio di cyberbullismo. Questo grazie al protocollo Zeus firmato dalla questura e dal Cipm (Centro italiano per la mediazione, guidato da Paolo Giulini) il 5 aprile.

Alla base c'è comunque la punizione: un ammonimento (un atto amministrativo) del questore verso un 14enne che per mesi (da gennaio ad aprile) ha reso la vita impossibile al compagno. Lo prendeva di mira sui social, in particolare su Instagram, con un profilo creato apposta per pubblicare sue foto e accompagnarle con frasi piene di ingiurie. Spesso a sfondo omofobo. In un caso la rabbia inspiegabile del bullo è andata oltre l'anonimato del web, arrivando a mettere la firma. Non c'è degrado in questa storia perché il teatro - termine non casuale, visto che i compagni che assistono in psicologia vengono definiti «attori» - è una scuola del centro città e il contesto dei due minorenni è quello che definiremmo di «famiglie per bene».

In questa storia per fortuna alla fine le cose hanno funzionato: i coetanei non sono stati solo a guardare, ma hanno avvisato l'interessato di quello che si diceva nel mondo virtuale sul suo conto; la vittima ha affrontato l'autore chiedendogli spiegazioni. Non è stato facile per il ragazzo, non ancora 15enne, bersaglio delle offese talvolta insieme alla sua fidanzatina: mesi di assenze e voti bassi a scuola, di porte chiuse e di psicologo. Poi però la forza di raccontare ai genitori e di andare alla polizia postale; quindi di fare l'istanza di ammonimento: «Questo ragazzo ha vinto perché ha dimostrato con il suo coraggio che si può uscirne più forti» spiega Alessandra Simone, dirigente della Divisione anticrimine che ha voluto il protocollo. La polizia seguirà il percorso di recupero con briefing periodici; anche se, fanno sapere, «ha già capito la gravità delle sue condotte».

Gli psicologi faranno il resto: «Quando si parla di adolescenti l'azione violenta, ma anche la reazione che provoca, hanno sempre sullo sfondo un bisogno comunicativo- spiega la psicologa e mediatrice Alice Mazzei - l'intervento di mediazione serve a prevenire da un lato l'esordio di una carriera deviante e dall'altro una sofferenza che può risolversi, da grandi. Ad esempio in depressione».