"Ma quale arte in crisi: qui le gallerie vanno più forte che mai"

Vincenzo De Bellis, direttore artistico di Miart, la fiera dell'arte moderna e contemporanea, presenta la nuova edizione in corso a Fieramilanocity fino al 12 aprile: "Il mercato sale e gli stranieri ci premiano"

Chi pensa che la crisi sia un concetto globale, può smentirsi facendo una scorribanda nei padiglioni di Miart, la fiera d'arte moderna e contemporanea che inaugura oggi a Fieramilanocity e che raduna 156 gallerie nazionali ed estere. In vendita c'è il prodotto di lusso per eccellenza che in questi ultimi anni, anzichè deperire sotto i colpi della recessione, ha letteralmente preso il volo. E anche il pubblico di collezionisti e curiosi, è in aumento esponenziale. Vincenzo De Bellis, anche quest'anno direttore artistico della manifestazione che si chiude lunedì prossimo, crede nella fiera come laboratorio non solo di mercato ma anche di tendenze socio-culturali. «Il ruolo di una fiera d'arte è completamente cambiato rispetto ad una volta e i soggetti coinvolti si sono moltiplicati, trasformandola in un polo d'attrazione. L'importante è salvaguardare la qualità».

Lo scorso anno a Miart ci furono 40mila visitatori, quest'anno lei se ne aspetta di più. Come spiega questo successo in un momento in cui si parla solo di tagli e disoccupazione?

«Sembrerà incredibile, ma il mercato dell'arte non è mai stato così florido, una tendenza iniziata nel 2013 quando anche molti artisti giovani hanno raggiunto quotazioni stellari. Opere che valevano 15mila euro hanno avuto un incremento del 100 per cento. La maggioranza degli osservatori non si spiega il fenomeno, mentre quei pochi che lo governano stanno ben attenti a mantenere il segreto...».

Lei che opinione si è fatta?

«È in corso un tentativo di sovvertire il tradizionale sistema del mercato che è sempre stato governato dal rapporto gallerie-collezionismo. Oggi nel mondo c'è un gruppo di collezionisti che bypassa i mercanti e, anche attraverso le nuove tecnologie, fa lievitare i prezzi d'accordo con le case d'asta».

Questa è la fiera dei galleristi. I mercanti sono vittime del nuovo sistema?

«Per carità, è un fenomeno che arricchisce tutti. Forse le uniche vere vittime di questa speculazione sono gli artisti che, una volta spremuti a dovere, dopo qualche anno spesso vengono dimenticati...».

Ma in Italia il collezionismo è davvero così florido come si vuol far credere?

«L'Italia va considerata una provincia dell'impero, e le grandi collezioni di livello internazionale si contano sulle dita di una mano. A soffrire della crisi è stato il mercato più basso, che in Italia è sempre stato ricco per la presenza di un'alta borghesia molto attenta ai fenomeni dell'arte. Quel collezionismo è crollato e così anche tante gallerie».

È crollato anche perchè in Italia non si possono più fare compravendite in nero...

«Lo ha detto lei».

Al Miart sono presenti 156 gallerie, il 46 per cento straniere. Se affittano gli stand è perchè sono sicure di vendere...

«Assolutamente sì, altrimenti non verrebbero qui. Passi per quelle europee, che sono per la maggioranza britanniche, ma qui sono presenti gallerie da Dallas o San Paulo. Non tornerebbero di sicuro a casa a mani vuote...».

Le gallerie italiane?

«Vanno fortissimo soprattutto quelle di arte moderna. Ecco perché ho tenuto a creare quanto più possibile, senza snobismi, un dialogo tra presente e passato. La nostra arte del Dopoguerra, quella dei Fontana e Burri (ma anche l'Arte Povera), oggi è al top del mercato mondiale e, come si può ben vedere in questa fiera, sono presenti espositori con opere importantissime. I prezzi? Milionari...».

E le gallerie giovani, quelle di arte contemporanea?

«Il discorso è un po' diverso. Le cose funzionano molto bene soltanto per quelle gallerie che sono riuscite a sfondare nel mercato estero. In Italia non sono più di una ventina».

La scorsa edizione era dominata dalle opere degli Anni '60, dagli Spazialisti come Bonalumi e Scheggi al Gruppo Zero di Dadamaino. Quest'anno?

«È molto più presente la pittura, il mercato va verso un recupero del figurativo, magari in dialogo con gli storici concettuali. Vedere per credere».