"Ma quali maestri, a teatro la rivoluzione l'ho fatta da sola"

Nel giorno del settantesimo compleanno la regista racconta le sfide del suo Parenti

Settant'anni possono essere un soffio, soprattutto se cinquanta di questi sono passati tra un palcoscenico e l'altro e ci si chiama Andrée Ruth Shammah, la direttrice più vulcanica del teatro italiano. Stasera, durante i festeggiamenti a sorpresa che si svolgeranno nella sua prima casa, il teatro Franco Parenti, forse sarà costretta a rivivere per l'ennesima volta il flashback di un'esistenza artistica vissuta al fianco di mostri sacri come Parenti (appunto), Testori, Strehler, Grassi, De Filippo e chissà quanti altri. Figure certo fondamentali per la formazione della regista che esordì giovanissima nel 1972 con la Prima trilogia testoriana; fondamentali ma oggi, a distanza di decenni da quelle stagioni ruggenti, forse anche un po' ingombranti. Anche perchè se il «Pierlombardo» è oggi ai vertici del teatro italiano per originalità, management e dinamismo culturale, il merito è soprattutto di lei, della sua vocazione a guardare avanti senza mai fermarsi.

Eppure (e le foto di questa pagina non fanno eccezione) la sua carriera sembra legata indissolubilmente a quei nomi. I maestri, i mostri sacri...

«La vita ci insegna che la storia è fatta per tracciare il solco, ma anche per essere riscritta. Si parla tanto di me per i miei padri nobili, ma ci si dimentica di tutti coloro a cui ho insegnato il mestiere e che forse senza di me non sarebbero mai stati ciò che sono stati. Compreso qualcuno di quei mostri sacri. Forse il problema è che io, a differenza di loro, sono una donna...».

Era il 1972 quando al numero 14 di via Pierlombardo contribuì a lanciare l'idea di un teatro non convenzionale. Oltre a Franco Parenti, tra i mostri sacri c'era Giovanni Testori. Fu proprio lei a mettere in scena la rivoluzionaria Trilogia, quella dell'Ambleto-Macbetto-Edipus.

«Già, Giovanni era grande autore e un caro amico, ma a quei tempi non stava più scrivendo e, ormai dai tempi dell'Arialda, aveva praticamente detto basta al teatro. Ricordo che non aveva neppure un grande feeling con Franco. Fu la sottoscritta a convincerlo a rimettersi in gioco e quella trilogia si rivelò un successo testoriano, oltre ad essere una pietra miliare del teatro italiano».

E Parenti, le deve qualcosa anche lui?

«Prima che ci incontrassimo Franco era un attore importante ma peccava di egocentrismo, un po' come Strehler. La cooperativa Franco Parenti, per reggersi ed andare avanti, aveva però bisogno di qualcuno che ne tenesse le fila e si facesse in quattro quotidianamente. Chi secondo lei?...».

Lei è un vulcano oggi a 70 anni, figuriamoci a 30. Dirige spettacoli, insegna, trova i fondi, inventa nuove formule di distribuzione... In quale veste si riconosce meglio?

«Io mi considero una donna di teatro che il teatro l'ha cambiato, non soltanto nella messinscena ma anche nelle modalità di fruizione, nel rapporto con il pubblico. Il teatro multisala, il teatro come centro multifunzionale sono concetti che ho inventato io; e che poi tutti hanno cercato di imitare, a cominciare dal Piccolo per finire all'Elfo. E le stagioni estive? Prima i teatri chiudevano a maggio, io ho lanciato il nuovo corso. Ai miei maestri devo tanto, ma Franco Parenti è morto nell'89 e tutto questo l'ho fatto da sola rischiando solo su me stessa».

E lei, invece, di chi si considera la maestra?

«Parliamone. Decine di registi devono a me il loro debutto sul palcoscenico e tanti attori sono stata io a ri-scoprirli e ad insegnargli ad essere veri artisti. Qualche nome? Giuliana De Sio, Isabella Ferrari, Anna Galiena, tanto per fare degli esempi. E Piero Mazzarella? Era considerato un guitto dialettale, l'ho portato a recitare il Re Lear di Shakespeare. Gianrico Tedeschi era un attore commerciale e gli ho fatto mettere in scena un testo di Thomas Bernhard, uno dei più grandi drammaturghi europei del '900».

E Gioele Dix? Era l'automobilista incazzato di Zelig...

«Appunto, io invece l'ho portato a recitare Borges, il Malato immaginario di Molière; posso dire di avergli cambiato la vita».

Ha lanciato anche grandi talenti, come Filippo Timi.

«Filippo si è rivelato un attore strepitoso, a livello di Carmelo Bene. Ma altri sono in grado di sorprendere, se ben guidati. Pensiamo a Pierfrancesco Favino che recita un monologo di Koltes, oppure a Geppi Cucciari che su questo palco reciterà un testo di Mattia Torre. Sarà una sorpresa».

Oggi compie 70 anni, che progetti ha per il futuro?

«Sa come mi ha definito Adriana Asti? L'ammiratrice del futuro. Il mio sogno ora è finire di pagare i debiti (solo la piscina dei Bagni Misteriosi ci è costata nove milioni di euro) e regalare a Milano un grande teatro pubblico costruito con fondi privati». Se non è rivoluzione questa...