Quando l'amore supera le barriere dell'odio

«La pianista di Auschwitz» racconta orrori e amori di una ragazzina ebrea-ungherese

«Mi svegliai il mattino seguente fra fischi laceranti e passi pesanti di stivali. Gli ebrei fuori! Svelti!. La polizia ungherese stava svuotando gli appartamenti in fondo alla strada. Voci arrabbiate salivano fino a noi attraverso la finestra. Un cane abbaiava. Un bambino piangeva.... La mamma aveva preparato le uova per colazione, ma non riuscii a mangiare. Mi sedetti al pianoforte, così da non dover sentire le preghiere sussurrate di mio padre né vedere le lacrime sul volto di mia madre. Ero stata così ingenua... Quando avevano costruito le mura del ghetto, avevo pensato che fossimo fortunati. La nostra casa si trovava nel cuore dell'area designata, quindi non avevamo dovuto trasferirci. Avevo ancora il mio pianoforte, il mio letto e la mia famiglia. Credevo che, se fossimo rimasti da questa parte di quel muro di mattoni, sarebbe andato tutto bene». Queste le parole accorate e terribili nel loro candore di Hanna, quindicenne pianista di talento, cresciuta in una famiglia ebrea della media borghesia ungherese, prima di essere deportata con la famiglia ad Auschwitz. È solo l'inizio del libro La pianista di Auschwitz, di Suzy Zai, in edicola allegato a il Giornale.

«Seduta al pianoforte, iniziai a suonare, e dopo un po' dimenticai le guardie giù in strada. Dimenticai i grandi occhi tristi di papà. Suonavo il pianoforte e c'eravamo solo io, i tasti bianchi e neri e Mozartl». Hanna, prendi la tua valigia. È ora di andare!. Papà uscì nel corridoio del palazzo. I soldati erano fuori da casa nostra». Inizia così la terribile avventura nel lager di Hanna, che vivrà in prima persona tutti gli orrori del campo di concentramento. A tragedia si aggiunge tragedia; la mamma non regge il colpo e la separazione dal marito e impazzisce, lasciando Hanna sola con la sorella Erika ad affrontare quel delirio. Ad Hanna rimane una sola consolazione: il pianoforte. Per questo un giorno viene invitata a suonare per il comandante del lager, una scelta lacerante per lei. Dovette passare attraverso un'audizione. «Oggi? - scrive Hanna quel fatidico giorno -; mi guardai le mani. Le unghie erano tutte seghettate e mi sentivo le dita rigide. Non suonavo da mesi. Non mi ero esercitata, nemmeno le scale, niente di niente». Eppure il talento paga e Hanna entra nella villa del comandante nazista, dove conosce il figlio Karl, giovane enigmatico e affascinante, che sembra rinnegare la vita del padre. Hanna all'inizio lo odia eppure, con il passare dei mesi, un altro sentimento per Karl si farà strada nel suo cuore...