Quando è il lavoro a liberare dalle catene

Sono tutti laureati gli operatori del nuovo data entry di «Energetic Source». Novecento euro al mese per sei ore al giorno al computer, senza navigazione esterna, perché i quindici nuovi assunti sono dodici detenuti del carcere di Bollate, più tre ex carcerati. Era già stato attivato un call center, ma questo ufficio è una struttura più evoluta, che implica competenze maggiori e una rigida serietà professionale. Le catene di piombo dei galeotti, catene psicologiche oggi, si sciolgono grazie al semplice lavoro, accettato con amore e umiltà anche da chi ha una laurea che in carcere non ha l'odore del nacisismo ma il profumo dell'umiltà.

«I “ragazzi”, in media quarantenni, hanno dovuto studiare. Si tratta di fornire al cliente dati necessari alla fatturazione e al contratto con noi, di dare informazioni rispetto all'attivazione dei servizi, di svolgere compiti che richiedono un'applicazione intellettuale e di concetto» spiega Roberto Minerdo, direttore delle relazioni istituzionali della Energetic Source. Gli uomini scelti sono stati selezionati e preparati. Applicarsi a una professione per un detenuto implica un nuovo ritmo di vita e un altro respiro. «Ciò che ti colpisce in questi uomini è la riconoscenza che oggi non trovi nelle persone libere».

Ritornano antichi valori nell'istituto di detenzione di Bollate, grazie alle iniziative che coinvolgono i suoi «ospiti»: dal teatro, alla ristorazione, ad altri tipi di professionalità o di diporto intellettuale. Valori che nel dolore rivelano altri significati: nella pena nulla è scontato, tantomeno la libertà di fare. Il data entry partito ieri ha ricevuto il plauso del sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, un fervente sostenitore dell'operosità professionale all'interno delle case di pena perché permette al detenuto di potersi sostenere economicamente e nello stesso tempo concorre a aumentare la sicurezza soprattutto all'interno delle celle. Il lavoro cancella molte ombre.

Basta una cifra per capire l'importanza del suo ruolo pedagogico. In media nei peniteziari italiani la possibilità di recidiva di tornare a compiere un reato da parte dei detenuti una volta usciti è del 70%, a Bollate tale possibilità scende al 25%. «Abbiamo fatto un altro passo che s'inserisce nella progettualità dell'Istituto fondato sulla responsabilizzazione del soggetto - sottolinea Massimo Parisi, direttore della II casa di reclusione Milano Bollate -. Grazie all'impegno lavorativo diamo una chance a dei padri di famiglia: sostenere da dentro mogli e figli». E' un vantaggio che aiuta il carcerato a percepire un rapporto d'unione con il suo nucleo d'origine. «Il lavoro dietro le sbarre è un doppio servizio sociale. Da un lato significa offrire una motivazione d'esistere a chi si è chiuso in una cella, dall'altro, suscitando nella persona una coscienza attiva, è più facile che una volta uscita questa persona sia meno disposta a ritornare a delinquere» conclude Roberto Minerdo.