Quando il sindaco urla per nascondere il nulla

Scatenare una rissa alla prima occasione per distogliere l'attenzione dai problemi veri nei quali ci si dibatte, è un classico. E con chi, a Giuliano Pisapia riesce meglio la rissa se non col presidente della Regione Roberto Formigoni? Giacché da un bel po' di tempo di problemi al sindaco di Milano certo non ne mancano: dai pasticci sull'Expo, con dimissioni più o meno sincere o sceneggiate, come quelle dello stesso Pisapia da commissario straordinario della manifestazione o quelle di Luigi Roth da commissario del Padiglione Italia, fino agli intoppi e ai ritardi sull'approvazione del bilancio, che rischiano di costare quei benedetti 30 milioni di bonus che il governo destina ai comuni virtuosi; alle marce indietro sulla revisione delle aliquote Imu e ai mancati tagli dei costi della struttura amministrativa. Per non dire dei soliti sospetti e delle solite difficoltà che incontrano i velleitari propositi di vendite delle aziende municipalizzate. Propositi che il Gran Privatizzatore ben orientato, l'assessore al Bilancio Bruno Tabacci, vero uomo forte della giunta milanese persegue con una tenacia non adeguatamente ricompensata.
Perciò mettersi a litigare con il governatore della Lombardia, con la certezza che i titoli dei giornali saranno dedicati alla lite più che ai problemi, sarà pure una trovata banale, ma funziona. Forse qualcuno eccepirà che può apparire un po' maramaldesco prendersela con Formigoni proprio adesso, nel momento di sua massima difficoltà politica degli ultimi anni, con inchieste che gli ronzano intorno da tempo senza ancora tirarlo in ballo direttamente ma comunque esponendolo molto sull'arena di quello che chiama il circo mediatico giudiziario. Già, si potrebbe dire: bella forza, Pisapia, fare adesso il ganassa con Formigoni. Ma sarebbe un richiamo inutile e ingenuo, giacché si sa che in politica la lealtà e la generosità non premiano.
Ma forse la ragione vera per la quale di questi tempi il sindaco si dimostra tanto aggressivo e un'altra, più generale e profonda. Piaspia, cioè, comincia ad essere consapevole di non aver combinato un granché in questo primo anno di sua permanenza a Palazzo Marino. Nulla che possa lasciare il segno, sebbene di sinistra, nulla di democraticamente memorabile. Perciò diventa ogni giorno più nervoso e suscettibile. Difatti che impronta ha lasciato sulla città finora l'epoca Pisapia? L'Area C, punto. Un provvedimento contestato, che di fatto costituisce una tassa in più per i milanesi - da aggiungersi agli aumenti che Tabacchi si è immediatamente premurato di infliggerci - che non ha ridotto l'inquinamento in città (forse, ma solo forse, nel centro storico) né il traffico fuori dalla cerchia dei bastioni.
Insomma, se Albertini ha ridisegnato gran parte della città e della sua skyline, se Moratti ha conquistato l'Expo, cosa ha dato finora ai milanesi la gestione arancione? Un inutile costoso provvedimento vessatorio in più. Nient'altro. Ah già, dimenticavo: anche un Pgt, un piano regolatore che altro non è se non una revisione, durata un anno e al ribasso, di quello varato dalla giunta Moratti e che comporterà per il Comune una forte riduzione degli introiti per oneri di urbanizzazione e per i costruttori più vincoli e burocrazia.
Ma, quel che è peggio, nulla si vede all'orizzonte, nulla di particolarmente interessante o almeno nuovo è annunciato. Abbiamo sempre criticato la politica dell'annuncio, fatta cioè di sensazionali comunicazioni su fantasmagoriche iniziative, che poi regolarmente non si realizzavano. Ma qui, con Pisapia, siamo al nulla comunque: niente annunci e niente nuove realizzazioni. Perciò fra qualche anno, quando a Palazzo Marino ci sarà qualcun altro, i milanesi ricorderanno Pisapia come «quello dell'Area C».