"Quattro sconfitte, Pd fuorigioco I nostri pensano che stia con i forti"

L'ex presidente della Provincia: «Non basta un maquillage Lega organizzata, aprirà un ciclo e Sala non è l'anti-Salvini»

L'ex presidente pd della Provincia di Milano Filippo Penati

Filippo Penati, ex sindaco di Sesto San Giovanni ed ex presidente della Provincia, queste elezioni come sono andate?

«Siamo alla quarta conferma: referendum, regionali, politiche e comunali. Non è più rinviabile un approfondimento sulla sconfitta. Questo ciclo che si è aperto può confinare il Pd a un ruolo residuale. E il tema non è Renzi, o trovare responsabili, il tema è il ruolo della sinistra. Chi pensasse di cavarsela con un maquillage farebbe l'ennesimo errore».

Parliamo delle roccaforti rosse. Cinisello, Sesto. Sembra che soffi un vento inarrestabile, che prescinde perfino dai candidati.

«La selezione della classe dirigente ha lasciato molto a desiderare. Con la rottamazione si è rinnovato, tanto, ma non mi pare che la nuova classe dirigente abbia dato prove convincenti. E le primarie? Sono diventate un plotone d'esecuzione. È vero che c'è un clima forte verso destra, ma a Brescia per esempio si è vinto al primo turno. Quindi è possibile».

Brescia forse è un'eccezione, come Milano. Grandi città con peculiarità politiche.

«A Brescia c'è una folta comunità di stranieri, una realtà difficile. Invece il voto conferma che non si è voltato la testa, che si sono date risposte. I cittadini si sono sentiti compresi e hanno capito che si stava facendo il possibile per un'integrazione pacifica».

E il modello-Milano è convincente?

«Le performance di Milano dimostrano spinta dinamica e capacità attrattiva. Milano si sta confermando una locomotiva, ne va dato merito alle giunte di centrosinistra e a Sala. C' un rischio: l'immagine di una realtà a due velocità, due cerchi concentrici che faticano a interagire. È una sfida non facile».

Se gli riesce, Sala sarà l'anti-Salvini?

«Più probabile che sarà ancora sindaco di Milano. Se Sala riuscirà a consolidare il modello Milano sarà un punto di riferimento. La classe dirigente si forma sul territorio. E poi chissà se Salvini sarà ancora Salvini, penso alle foto di Renzi che Giancarlo Giorgetti ha messo sulle scrivanie dei leghisti a monito».

Questa fase può essere una parentesi?

«No, non credo che il successo della Lega sarà effimero. Anzi, credo sia destinata ad aprire un ciclo. Si fonda su un'organizzazione territoriale e su parole d'ordine che incrociano sentimenti che serpeggiano nell'opinione pubblica. Su un'esigenza di protezione».

Per questo vince a Sesto o Cinisello?

«La Lega secessionista, poi autonomista, è diventata una forza di destra-destra europea, erede di una destra sociale protezionista. E ha dato prove di governo, non ha fallito, mostra di occuparsi dei problemi della gente».

Le sembra più fragile il ruolo dei 5 Stelle?

«A livello locale pagano lo scotto di prove deludenti e l'elettorato si comporta diversamente rispetto al voto politico. O magari non vota. La Lega è organizzata, in modo leninista dicono - non a torto. È l'unico partito organizzato. Il Pd dopo la sconfitta non ha avuto un solo momento di riflessione, i circoli sono comitati elettorali. A questo ormai sono ridotti».

Lei poi ha iniziato ai tempi del Pci.

«Ho iniziato da ragazzo portando il caffè e i panini ai nostri rappresentanti di lista ai seggi. C'era la fila per farlo, tutti volontari».

Il Pd potrà riprendere il suo spazio?

«Bisogna evitare scorciatoie, ricostruire un progetto politico e un'organizzazione territoriale, non aver pausa di dirsi socialisti in modo nuovo. Si avverte una forte ostilità in strati della popolazione che percepiscono ragione o a torto, un tradimento. La sensazione è che il Pd abbia difeso bene i poteri forti e non i ceti più deboli. Se farà tutto questo potrà giocare la sua partita. Oggi è fuori gioco. Anzi, non è neanche entrato negli spogliatoi».