Quegli artisti urbani senza patente

È pur vero che già all'inizio del secolo scorso il filosofo Walter Benjamin si chiedeva se l'«arte» - nell'era della sua riproducibilità tecnica - mantenga un suo valore estetico oggettivamente quantificabile. Ma, nel pianeta dei comuni mortali, non è cosa impossibile riuscire a distinguere tra un artista (o quantomeno un bravo artigiano) e un brocco. Passeggiando lungo la promenade del centro, le numerose postazioni fisse che il Comune ha dedicato ai cosiddetti artisti da strada alimentano la confusione. «Sono una risorsa, Milano cambia faccia», aveva esultato l'assessore al Tempo Libero Chiara Bisconti parlando del progetto che, attraverso la piattaforma web «Strad@perta», permette a musicisti e giocolieri di prenotarsi il proprio palcoscenico urbano. Peccato che nel palinsesto del quotidiano show cittadino pare regnare fin dall'inizio l'anarchia. Nessuna regola rispettata in materia di decibel, aspetto non trascurabile visto che la stragrande maggioranza dei performer è dotata di potenti impianti di amplificazione: ma soprattutto nessuna, ma proprio nessuna, selezione qualitativa di coloro che intrattengono gli incolpevoli passanti e residenti. Qualche grande talento non manca, sia ben chiaro, come nel caso di una flautista messinese e un sassofonista romano, jazzisti degni di ben altri auditori. Ma è evidente che si tratta di mera casualità. La maggioranza degli «artisti di strada» milanesi è rappresentata da strimpellatori da strapazzo, urlatori amplificati su basi registrate, insopportabili flauti andini a 120 decibel, finti neonati in culla che emettono suoni striduli per ore e ore, stonatissime emule di Cristina D'Avena e via di questo passo, senza soluzione di continuità. Un'immagine non proprio in linea con l'arte da strada che siamo abituati a vedere nelle capitali europee. La Bisconti, interpellata più di un anno fa ci assicurò: «Ora che la regolamentazione è fatta ci sarà ovviamente una commissione». Chi l'ha vista?