Quegli scatti in posa con il Quarto Stato

Un'eterea Veruschka – la donna che ha trasformato il mestiere di modella in icona contemporanea – veniva ritratta nell'austero chiostro di Brera dalla macchina fotografica Alfa Castaldi: era il 1962, ed è uno dei pochi scatti «glam» che la Pinacoteca conservi. Va detto subito: le relazioni tra la fotografia e il museo sono state sporadiche, talvolta drammatiche. Nel '900 i fotografi a Brera entravano poco o nulla, e solo per immortalare intellettuali e borghesi in uno spazio esclusivo; le due guerre cambiarono le cose, e di molto. Gli scatti divennero all'improvviso indispensabili: servivano a documentare la movimentazione delle opere per metterle in salvo, per certificare i danni e le rovine, per testimoniare i nuovi allestimenti. C'è stato comunque chi ha tentato di «sdoganare» la fotografia a Brera: l'ex sovrintendente Carlo Bertelli ad esempio invitò Nini Mulas a esporre i suoi reportage dal Libano. Fu criticato: «Per il ministero i fotografi erano orologiai dell'arte, non artisti», ricorda oggi. «Sette fotografi a Brera» (catalogo Skira) è il titolo della mostra-progetto: Annalisa Sonzogni, bergamasca di stanza a Londra, si è presa tre notti di tempo per ritrarre nel suo «Sinopticon» il museo di notte, illuminato solo dalle luci di emergenza. Per apprezzare gli scatti di Luca Carrà c'è bisogno invece di un piccolo tubo di cartone nero che faccia da isolante: sono foto volutamente sottoesposte che necessitano di tempo e attenzione perché l'occhio le colga sul fondo bianco. Quel tempo e quell'attenzione necessari, commenta il fotografo, per gustarsi tutto il museo. Mario Dondero è stato affascinato dal «popolo di Brera»: i suoi scatti sono un vero reportage della vita del museo in cui si vedono all'opera restauratori, guide turistiche, insegnanti. Per certi versi un lavoro simile a quello di Carlo Orsi che, nei suoi «Sette giorni a Brera» ha colto immagini originali, come quella di un visitatore anziano con il pugno sinistro alzato davanti al «Quarto Stato» di Pellizza da Volpedo. Ha lavorato invece sui visitatori, mettendoli in posa, Paola Di Bello, docente all'Accademia: la sua opera, allestita davanti allo «Sposalizio della Vergine» di Raffaello, ricorda attraverso il montaggio video di molteplici scatti, che il museo non vive senza l'interazione con il pubblico. Raffinati i lavori di Giovanni Ricci (il fotografo preferito da Piero Manzoni e Luciano Fabro) e Marco Cresci: il primo, grazie all'uso del grandangolo e dell'alternanza di colore e bianco e nero, omaggia l'armonia architettonica della Pinacoteca mentre il secondo, con la rielaborazione grafica di undici ritratti celebri esposti nel museo, ne celebra la ricchezza della collezione.