«Quel povero soldato morto tra le braccia il giorno di Natale»

«Tenente, tenente, si svegli. I russi stanno attaccando, si sente un fuoco d’inferno in direzione di Krestowka, maledetti! Nemmeno a Natale...». Presto, vi voglio tutti pronti in cinque minuti, dobbiamo ricongiungerci al resto del reggimento! Eccomi qui. Solo, mentre di là il trambusto copre i colpi in lontananza. Dobbiamo muoverci, siamo un plotone di circa quaranta persone, se ci beccano da soli siamo finiti sul serio. Metto al sicuro le carte e i documenti nello zaino, devo solo infilarmi gli stivali. Dolore tremendo ai piedi, non vogliono entrare, la paura mi attanaglia e mi blocco.
Un’angoscia inimmaginabile, non so cosa ci aspetti, ma senza stivali non andrò da nessuna parte. Il vociare degli uomini si fa sempre più alto, solo il pensiero della brutta figura che farei con loro mi dà nuove energie, spingo forte e finalmente qualcosa si muove.
Tiro un sospiro e per qualche secondo mi sento salvo. Marciamo da qualche minuto in silenzio, la fatica allontana il freddo e la paura allontana la fatica. Dobbiamo portarci in cima a una balka per vedere meglio e decidere la direzione da prendere.
Ho nelle mani il destino di quaranta ragazzi e non so se i russi hanno sfondato la linea e in che punti e di quanto sono avanzati. Forse siamo già spacciati. Da un boschetto alla nostra destra cominciano a piovere proiettili, siamo in una posizione molto scoperta. «Fuoco a volontà!» Continuiamo a muoverci verso quel costone, dobbiamo ripararci, «Presto, presto!» Il soldato davanti a me lascia cadere il moschetto e si sfiora il collo con una mano, come se non sentisse il dolore si stupisce di vederla imbrattata di sangue.
Impallidisce e la paura prende il posto dello stupore, in un attimo sono su di lui e cerco di tamponare la ferita. Al ritmo dei battiti cardiaci, fiotti rossi mi schizzano tra le mani e tingono la neve. Il fuoco dei russi sembra attenuarsi per l’impeto della nostra risposta, forse era solo un gruppo di partigiani o un drappello allo sbando. Cadiamo sul morbido manto e la sua mano mi stringe il bavero con una forza di tenaglia. «Tenente, una sigaretta...» sibila ciò che rimane di quella voce baritonale che ieri sera stonava potente «O mia bela madunina».
Trovo in tasca la sigaretta che conterrà il suo ultimo respiro. Chiude gli occhi, gli prendo lo zaino, magari contiene una lettera per la sua amata... Riesco a rotolare al riparo di un cumulo di neve, lo guardo per l’ultima volta, chiedo perdono a Dio per l’indegna sepoltura, il sangue già gelato lo circonda come un’aura di morte. Il sole pallido e privo di forze assiste impietoso e continuerà a farlo per molto tempo.
Pio Bruni, 25 dicembre 1941