Quelle performance di oggi brutta copia degli anni '70

Tranne rare eccezioni, l'uso del corpo è vuoto e casuale E Milano oggi non ospita più spettacoli internazionali

In un momento in cui gli osservatori denunciano la persistenza della tradizione mimetico rappresentativa a svantaggio della performatività, tesa alla ricerca di situazioni estreme e della complementarietà delle arti con la materialità del gesto, è giusto chiedersi il perché. Chi come me ha vissuto le esperienze della rivoluzione teatrale degli anni Settanta, che è stato testimone di come lo spazio teatrale sia stato considerato un luogo permanente di sperimentazione, vive le esperienze performative di oggi come un ricalco meno coinvolgente di quello che Schechner aveva teorizzato in quegli anni, specie quando sosteneva la necessità di confrontarsi col teatro orientale e di creare una dialettica tra passato e presente.

Indossando le vesti dell'antropologo, egli ebbe modo di conoscere il teatro indonesiano, quello del No giapponese, la danza balinese e di indagare l' intertestualità che stava a base dei loro spettacoli, oltre che l'uso dello spazio scenico, dentro il quale, entravano, in relazione, rapporti sociali e rapporti culturali, danza e recitazione, dove si consumavano quei riti di passaggio teorizzati da Turner, che Schechner definiva azioni virtuali, convinto che ciò che è virtuale in azione, nella performance, diventi reale, tanto da schiudere interi mondi, altrimenti ignorati. Oggi, in nome della performatività, si compiono le più astruse invenzioni.

Sono tante le giovani compagnie che utilizzano il linguaggio mutuato dalla performance con risultati spesso deludenti. Insomma nel contesto performativo, non tutto può essere convertito in evento teatrale. Per chi predilige la performance, non esistono azioni codificate perché, in molte occasioni, sono prodotte dalla casualità, percepita erroneamente come teoria estetica.

È chiaro che, a simili situazioni, si è arrivati dopo l'enorme sviluppo delle arti visive e dell'apparato tecnologico. Nel terzo millennio sembra impossibile che si possa fare teatro senza video-proiezioni, senza l'uso smoderato e, spesso, sconsiderato, della tecnologia. Il teatro performativo storico, quello del Living, di Cage, di Barba, di Brook, di Kantor, di Wilson, sembra essere stato riproposto con accorgimenti diversi da Kentrige, dalla Abramovic dalla Liddell, e dai gruppi giovanili nati, al Franco Parenti, negli anni Novanta: Masque Teatro, Raffaello Sanzio, Motus, Teatro Clandestino, tutti affascinati dalla multidisciplinarietà, dalle videoproiezioni, dall'integrazione tra cinema, teatro, circo, musica, creando delle forme ibride, complesse e non sempre accessibili.

Ho seguito questi gruppi con la stessa curiosità e ansia di quelli del '68, analizzando e giustificando il loro modo di rapportarsi col teatro. Con l'ultima generazione, ho assistito a qualcosa che mi ha lasciato almeno perplesso, per l'uso di una ibridazione, non sempre giustificabile, che vede il corpo protagonista in modo assoluto, ma anche in forme inconcludenti. Cosa manca a questa generazione? Innanzitutto una teoria che la giustifichi, oltre che una formazione professionale, dato che essa stessa,in alcuni casi, si proclama autodidatta e sostiene di fondare la sua ricerca sull'istinto e sulla spontaneità. E' una generazione che porta in scena il malcontento, che utilizza un linguaggio quotidiano, a cui corrisponde una fisicità, spesso, sgraziata. Sembra che la stessa cultura sia incompatibile con le sue scelte artistiche forse perché il loro approccio al teatro è diventato un modo di vivere o di sopravvivere a una crisi di valori che ha sconvolto persino la creatività. Sui palcoscenici milanesi, quasi tutti verbo centrici, mancano spettacoli internazionali, tanto che Il giardino dei ciliegi di Dodin, visto allo Strehler, è passato come una meteora, ma mancano, soprattutto, delle vere proposte alternative che abbiano una continuità, un programma stilistico, ovvero un riconoscimento. Ciò che si vede sa di provvisorio, di accidentalità. Chi si muove sul terreno della ricerca, che dà fondamentale importanza al gesto, al corpo, all'immagine, sono Triennale Teatro dell'Arte, che con Umberto Angelini è tornato ai vecchi tempi, Zona K, TeatroLaCucina, tanto che, qualche volta, si scambiano spazi e programmazione. A guardare la loro programmazione, risulta alquanto evidente lo scarto tra le compagnie giovani straniere e quelle italiane. In questi spazi, ho visto spettacoli di una certa qualità, come Guerriglia di un collettivo spagnolo, con immagini alquanto inquietanti, Vision disturbancedi Richard Maxwell, che ha come argomento, i disturbi della vista, Five Easy Pieces di Milo Rau, il regista più controverso della sua generazione, Revolution Now della Compagnia anglo tedesca che sta girando in tutto il modo, ma anche la nostra Silvia Costa con Descrizione di un quadro, dove la voce è creatrice d'immagine e Collettivo Cinetico, che usa la danza come partitura teatrale. Si tratta di una drammaturgia che, pur privilegiando il potere dell'immagine, muta col mutare delle tecnologie e che, spesso, si coniuga con la pittura del tempo, non rinunzia del tutto alla parola che ,però, viene ibridata con il sapiente uso dei colori e del suono.