Ramelli fu vittima di omicidio politico ma questa sinistra non riesce a dirlo

Le ferite restano aperte anche per questo: la faziosità dell'ideologia impedisce un ricordo condiviso. E il passato non passa

Le ferite restano aperte anche per questo: la faziosità dell'ideologia impedisce un ricordo condiviso. E il passato non passa. In una Milano pacificata, 38 anni dopo, il ricordo di Sergio Ramelli dovrebbe essere patrimonio comune, non più solo simbolo di parte. Era un ragazzo di 18 anni, non era colpevole di niente se non di vaghe simpatie politice. Non aveva fatto niente di riprovevole, se non scrivere un tema contro le Brigate rosse.

Per questo, per quel clima di odio delirante che pervadeva l'Italia e la città, fu massacrato sotto casa a colpi di chiave inglese. Sergio Ramelli fu assassinato da estremisti rossi e fu vittima di un agguato politico. Eppure, a quattro decenni di distanza, non tutti riescono ad ammetterlo. Forse inconsapevolmente, il capogruppo di Sinistra e Libertà Patrizia Quartieri parla di una «persona defunta». Il presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo di una «morte tragica». Eppure non fu una morte, fu un omicidio. E una parola non vale l'altra. Basti pensare al sito del Comune, che tuttora, descrivendo i giardini intitolati a Ramelli, lo definisce «vittima degli scontri di piazza».

L'Anpi, col presidente provinciale Roberto Cenati, dà prova di onestà intellettuale parlando di una «sanguinosa aggressione». Purtroppo Palazzo Marino ha annunciato che si limiterà a mandare alla cerimonia una corona.

E il sindaco Giuliano Pisapia ha deciso di non partecipare confermando la sua difficoltà a superare certi schemi, per essere davvero - come si dice - «sindaco di tutti». Sarebbe invece un gesto storico se lui, o Rizzo, facessero un gesto di riconciliazione. Se la sinistra cominciasse a chiamare le cose col loro nome, questa città comincerebbe a elaborare i suoi lutti. E a rimarginare le ferite.