Ravasio fotografa una Milano in bianco e nero

Michele Ravasio è un milanese di ventotto anni che si è laureato in lettere con una tesi sul linguaggio cinematografico. Per questo - e per gli approfondimenti seguenti - «nel settembre 2006 è stato nominato cultore della materia in discipline cinematografiche presso l’Università degli Studi di Milano». In questi giorni Ravasio è in vacanza come la metà dei milanesi, ma ha lasciato un suo lavoro in mostra, i quindici scatti che compongono la mostra «Milano / 2007 / Angoli» che Angelo Golizia ha inaugurato a inizio settimana nell’emporio multimediale di Giovenzana in largo Augusto, 02 776 901, piccole stampe in bianco e nero che rimarranno appese fino al 31 agosto. Con un’avvertenza: oggi Giovenzana chiude per riaprire il 18 e così sarà visibile solo la metà di mostra affissa in vetrina, per l’altra bisognerà aspettare.
Ne vale però la pena, a iniziare dalla constatazione che Michele usa una macchina reflex analogica, di quelle che molti dei fenomeni da macchina digitale e blog annesso sovente nemmeno sanno cosa sia. Quanto al rullino, è in bianco e nero.
Nascono così delle immagini «vuote», praticamente tutte prive di movimento e anche di quei lustrini e quel chiasso a cui ci ha abituato la pubblicistica contemporanea. La Milano che l’autore cerca è piena di spigoli che sono sia nelle forme degli oggetti fissati sia nella crudezza d’insieme. È una Milano autentica, ai margini di quella che passa per essere la spassosa Milano da bere che io trovo molto vuota e fasulla. Sembra quasi una città statunitense.
C’è lo scatto del retro di una Ford Taunus che fa tanto Route 66, c’è quello di un’auto avvolta in un telone anti-intemperie sotto un casermone con un triste albero solitario. Ci sono binari che sembrano andare verso il nulla e c’è l’ingresso di un parcheggio da ghetto. Ma tutto senza pessimismo o tristezza.