Rave party e palazzi occupati Parco Lambro senza regole

Il parco Lambro è una grande madre, che non sa dire di no. Lei allarga le braccia e accoglie tutti. Senza fare distinzioni di razze e religioni. Negli anni '70 lo fece con le «tribù» giovanili un po' figlie della contestazione, un po' figlie dei fiori e un po' figlie di papà; ora lo fa con le «tribù» figlie della globalizzazione in una Milano-melting pot dai connotati quantomai sfuggevoli.
Da sempre il parco Lambro riflette umori, passioni, criticità di una metropoli in continuo divenire. Oggi il parco Lambro è lo specchio di una Milano in crisi. Che non sa imporre regole ai suoi «nuovi cittadini». Gente di paesi lontani che qui riceve tanto ma restituisce poco. Non parliamo di soldi, parliamo di rispetto. Quel rispetto che al parco Lambro è diventata merce rara. Al suo posto il disprezzo di chi arriva, requisisce i prati, monta gazebo, fa i suoi comodi e poi scappa lasciandosi alle spalle un puzzle di rifiuti.
A questa gente bisognerebbe far capire che godersi un parco non significa stuprarlo, non significa trasformare i giardini in territorio per risse, rave party a tutto volume fino a tarda notte. Vivere un parco non significa impossessarsi di quella che era una volta il quartier generale di una Scuola Calcio trasformandolo in una discarica a cielo aperto: la porta dei servizi igienici scardinata; all'interno, uno scempio indicibile; dove una volta c'erano gli spogliatoi ora c'è un cimitero di bici abbandonata e una baracca dove la notte trovano rifugio sbandati di ogni genere; le tubature dell'acqua sono state spaccate e il terreno è diventato un enorme acquitrino. Il tutto a poche decine di metri da due luoghi-simbolo della Milano impegnata nel sociale: la Comunità Exodus di don Mazzi e il villaggio Ceas (Centro Ambrosiano di solidarietà). Ancora poco più in là la cascina Sangregorio, perennemente chiusa e con una beffarda una targa che indica la sede di fantomatiche «guardie ecologiche». Che, se operassero veramente, avrebbero solo l'imbarazzo della multa tanti e tali sono gli atti di vandalismo che si consumano proprio lì davanti. E invece tutti fanno finta di niente. I vigili urbani permettono che auto (e camion!) si facciano largo nel verde, alla faccia dei divieti. Divieti che non consentirebbero neppure l'accensione di fuochi, il montaggio di tende, l'organizzazione di feste musicali con decibel da spaccare i timpani: tutte cose che invece avvengono regolarmente.
In via Van Gogh, sempre nel cuore del parco, il vecchio bar-ristorante e diventato anch'esso meta di senzatetto e la storica «Capannina dello Zio Tom» appare come una landa sommersa di immondizia e con le saracinesche chiuse. Pronte per esser divelte dai barbari che dalla grande madre del parco Lambro sono stati accolti. Ma adesso le sputa addosso.