Referendum, caos Pd Maroni striglia i 5 Stelle e si appella a Berlusconi

Democratici spaccati sul voto del 22 ottobre Il governatore: «Forza Italia c'è, i grillini no»

Alberto Giannoni

Volata finale. Ultime due settimane di campagna prima del referendum sull'autonomia del 22 ottobre, il primo con voto elettronico in Italia e il più importante appuntamento con le urne non gestito dal governo. Se vincerà il sì il presidente della Regione Roberto Maroni aprirà il tavolo con Roma per ottenere un'autonomia speciale. Se a prevalere saranno i no, la battaglia autonomista lombarda sarà archiviata. Il governatore, da principale sponsor dell'autonomia, sta cercando di spersonalizzare e spoliticizzare il più possibile la partita. Per allargare la platea dei sì e per alzare il livello dell'affluenza al voto. Con questo spirito, Maroni si dichiara soddisfatto dell'impegno di Forza Italia e invita il suo leader, Silvio Berlusconi, a partecipare all'appuntamento di Milano. Al contratio, striglia i «grillini»: «Si stanno impegnando tutti, non tanto i 5 stelle» ha ironizzato, suscitando la replica degli interessati, punzecchiati anche dal segretario Matteo Salvini: «Io sto facendo 50 incontri. Altri che dicono di essere favorevoli, dai Pd ai 5 Stelle, non li vedo». Il capogruppo Andrea Fiasconaro ha garantito che il movimento «sta facendo un lavoro capillare sui territori per smontare le fake news indipendentiste della Lega». E anche il consigliere Stefano Buffagni ha accusato Maroni: «Lo sfidiamo a un dibattito pubblico».

Capitolo a parte il Pd. Maroni tende la mano ai sindaci. Anche ieri li ha ringraziati, riconoscendo loro la capacità di «anteporre l'interesse dei cittadini agli ordini di partito». Parlava anche del sindaco di Milano Beppe Sala, e di Giorgio Gori, che oltre a indossare la fascia tricolore a Bergamo intende sfidarlo alle prossime Regionali. La posizione di Sala, peraltro, è piuttosto complessa. «Sono d'accordo - ha ribadito ieri - con chi dice che si poteva evitare perché è un referendum non deliberativo: si poteva avviare un tavolo di contatto con il Governo. Però, io andrò a votare Sì e da parte mia cercherò di spiegare perché». Sala dunque considera poco utile l'appuntamento con le urne, ma andrà comunque a votare, anche se con motivazioni tutte sue. «Non si può votare sì perché rimarranno più tasse lombarde ai lombardi, non è vero, ma una maggior autonomia funzionale, quella è auspicabile» ha spiegato ieri. Nel Pd, come al solito è un caos di voci e posizioni diverse e difficilmente conciliabili. Mentre i sindaci sono per il sì, un pezzo di partito considera il referendum una «presa in giro». Lo definisce così Matteo Mauri, vice capogruppo vicario del Pd alla Camera: «Si tratta - ha detto il dem milanese - di una assoluta presa in giro in salsa leghista». Stessa parola d'ordine per l'eurodeputata milanese Patrizia Toia: «Il referendum puramente consultivo e senza effetti pratici è uno spreco di risorse e una presa in giro dei cittadini lombardi». E Maroni lancia paziente ricorda: «E l'inizio di un percorso che può portare tanti vantaggi ai lombardi. Bisogna lasciare da parte le appartenenze politiche.