Il regno del collezionisti è ai Frigoriferi Milanesi

Una grande mostra sugli anni '70 ha inaugurato il nuovo polo diretto da Marco Scotini. I capolavori dei privati a disposizione del pubblico

Mimmo di Marzio

Dopo l'avvento di Fondazione Prada, l'anno d'oro dell'arte contemporanea a Milano ha ancora una volta un suggello privato. E il regalo alla città risulta in questo caso ancor più prezioso perché lontano dalle logiche della spettacolarizzazione e dal circo globale a cui l'arte d'oggi ci ha abituato, ma più radicato sul territorio e più interattivo col suo tessuto culturale. Siamo in via Piranesi nel complesso dei Frigoriferi Milanesi, luogo di archeologia industriale che evoca tempi andati, quando nelle case mancavano gli elettrodomestici. Proprio qui è stato di recente inaugurato il «FM - Centro per l'arte contemporanea», 30mila metri quadri dedicati non soltanto alle mostre, ma a tutti i servizi fondamentali al collezionismo privato. Vale a dire archiviazione, deposito, restauro, consulenza. Inoltre, uno spazio per gallerie temporanee. Detto così, quello creato dalla società Open Care potrebbe apparire un progetto di natura squisitamente privatistica. Niente di meno vero. Anzitutto perché il collezionismo privato rappresenta la vera linfa vitale della cultura artistica, quella che sprigiona ricerca, passione e alimenta la critica. Poi perché il polo diretto dal professor Marco Scotini mette il collezionismo al centro del dibattito pubblico, facendone un polo divulgativo del sapere artistico. Prova ne è l'imperdibile prima esposizione tuttora in corso dedicata all'Italia degli Anni '70 e argutamente intitolata «L'Inarchiviabile». Eh già: come si fa ad archiviare un periodo che, memore dell'esperienza dadaista, ha completamente stravolto i canoni estetici dando l'etichetta di «arte» a quasi a tutto lo scibile, tra performatività sociale, nuovi media, fotoreportage, cinema e musica? Per tentare di farlo, un bravo critico si lascia trasportare dalle stesse logiche a-catalogative dei vari pionieri di quegli anni, come Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Franco Vaccari, Mario e Marisa Merz, Nanni Balestrini, Giovanni Anselmo. Per tentare di farlo, un bravo critico deve conoscere molto bene quegli artisti, ma anche coloro che - per fiuto, moda o ideologia - si misero sulle loro orme e cominciarono a collezionarne le testimonianze.

Il valore di questa mostra non sta nell'aver esposto per l'ennesima volta l'arte degli anni '70, ma nell'aver saputo ricostruire un filo inedito attraverso proprio l'esperienza dei collezionisti privati riportando alla luce, in molti casi per la prima volta, opere rarissime tra le oltre duecento esposte. Una mostra colta, pensata e vivaddio autoprodotta, che dovrebbe ancora una volta illuminare i cervelli dei nostri amministratori pubblici su quale miniera d'oro - da noleggiare a poco prezzo - rappresentino le collezioni private italiane e i bravi «manager» della cultura, troppo spesso costretti a emigrare all'estero per lasciare spazio ai satrapi della politica.