Rimbaud e il giallo della vedova milanese

In un libro, il misterioso soggiorno del poeta in una casa del centro

Un poeta in fuga. Questo è stato Arthur Rimbaud, veggente «maledetto» a cui, per dirla con Max Jacob, «tutte le letterature debbono essere riconoscenti». Più sfuggente dei suoi stessi versi, appena adolescente iniziò a vagabondare tra Francia e Belgio, roso da un'inquietudine che lo portò a bruciare le tappe della vita. Non stupisce che nel 1875, ad appena 21 anni, si convinse di non aver più nulla da dire. Posò dunque la penna, fece mille mestieri ma continuò a viaggiare, stavolta puntando a sud. Fu così che, senza un quattrino e senza il baule da viaggio (se lo era venduto), dopo aver attraversato la Svizzera e valicato il Gottardo a piedi, il passant considérable -come lo chiamò Mallarmé- capitò in quel di Milano. Ce lo ricorda lo scrittore Edgardo Franzosini, originario del lecchese e residente a Milano, nel suo Rimbaud e la vedova, uscito per Skira (collana Storie - 96 pagine, 12,90 euro), che dopo un'anteprima a Tempo di libri verrà presentato oggi alle 18.30 al nuovo Circolo dei Lettori di Milano - Casa Manzoni (con Valerio Magrelli e Hans Tuzzi). E qui inizia il bello: perché Franzosini, incuriosito da un vecchio articolo di giornale, ha voluto vederci più chiaro. Ed ha scoperto che in quelle poche settimane «milanesi», nella primavera del '75, il giovane (ormai ex) poeta venne ospitato in un appartamento al terzo piano di piazza Duomo 39 -dove adesso c'è la Rinascente- da una non meglio precisata «vedova» i cui contorni ricordano un po' la «Gentucca» dantesca: l'amico Ernest Delahaye parla di «signora caritatevole», «buona donna», «buona milanese». Ma lei rimane evanescente, misteriosa, impossibile da identificare sulla base delle pochissime testimonianze rimaste. Eppure -qui sta il piccolo miracolo del libro- quello che scoraggerebbe ogni biografo diventa un punto di forza. Con fiuto da detective, Franzosini segue le tracce più impalpabili e riempie i molti vuoti con mille dettagli, congetture, ipotesi suggestive che mettono a confronto la celebre vita di Rimbaud di Jean-Jacques Lefrère con le testimonianze di libri e giornali dell'epoca e le lettere di parenti e amici del poeta. Senza dimenticare mappe e documenti sulla Milano di quei tempi, fra lavori ai Giardini pubblici del Bastione, gare di velocisti fino a Lodi, locande «tristissime e schifosissime» (così il Corio su una rivista di quegli anni) e disagi con gli orologi elettrici. Sulla scena irrompono altri mostri sacri: come Verlaine, che due anni prima a Bruxelles aveva esploso contro l'amante due rabbiosi colpi di pistola. Suo è il primo accenno al soggiorno milanese di Rimbaud, in una lettera spedita dall'Inghilterra proprio a Delahaye: «Coso è a Milano in attesa di denaro per la Spagna». Il geloso Verlaine sembra poi fare cenno a una liaison fra Rimbaud e la fatidica vedova. O era forse solo una «donna dello schermo» per allontanare i sospetti di omosessualità? D'altra parte Rimbaud di donne ne ebbe diverse. Almeno quattro, mette in guardia Jean-Luc Steinmetz: l'abissina Mariam, la fiamminga Mia, poi una brunetta dagli occhi blu di Charleville. Oltre alla signora milanese, la «vedova molto civile». «La più misteriosa di tutte», appunta Franzosini. «Colei che ha la consistenza incerta ed evanescente che può avere solo un fantasma».