Risate mute e sonore: un mese di film vintage con Stanlio e Ollio

Al via la rassegna di vecchie pellicole e rarità Venerdì le proiezioni con la musica dal vivo

Tutta colpa di un cosciotto d'agnello. Quel golosone di Ollio maneggiò male il forno e si bruciò. Venne ricoverato in ospedale con ustioni sulle braccia e in scena andò Stanlio. Ma allora - era il giugno del '26 - quei due si chiamavano Oliver Hardy e Stanley Jefferson. E non si conoscevano. Stan smise di fare il regista. Sostituì Oliver. E gli costò perché dietro la macchina da presa non tornò più. Il cervello artistico e creativo della coppia però restò lui.

«Chiedete a Stan». Ollio rispondeva così, poche laconiche parole, ogni volta che gli veniva richiesto un commento sul copione. E lo smilzo, che piangeva isterico, facendo la parte di chi non ne combina una giusta, diceva la loro. Parlava anche a nome del ciccione. Un metro e 87 per 120 chili, apparentemente assennato e giudizioso, in realtà «il furbo che è il più scemo di tutti ma non sa di esserlo» come Ollio definì se stesso.

E, a detta sua, il mondo era pieno di questi idioti di piccolo cabotaggio e stupidi ai quali non accade mai nulla. Senza esitazioni invitò tutti. «Guardatevi attorno». Tutti, invece, guardarono loro. Divertendosi. Grazie al cosciotto d'agnello più famoso della storia del cinema che li unì. Dall'anno successivo, Stanley Jefferson cui la prima moglie cambiò il cognome sotto il segno dell'alloro - appunto Laurel - e Oliver Hardy divennero quelli che l'Italia ribattezzò Stanlio e Ollio. Dal '27 girarono trenta film muti e quaranta sonori e il record non fu il totale, ma il fatto di essere passati indenni attraverso quel cambiamento epocale che chiuse le carriere di molti loro colleghi. Buster Keaton su tutti.

Loro consolidarono il successo con la voce. Il doppiaggio non esisteva, così decisero di recitare se stessi in varie lingue straniere. La parole storpiate e mutilate nacquero così. Ci pensarono Carlo Croccolo e Alberto Sordi - tra gli altri - a darne imperitura memoria. E nel '50, quando negli States il clamore si era un po' affievolito, Stan e Oliver vennero in Italia. Furono ricevuti in Vaticano da Pio XII e Ollio trovò ad accoglierlo un trentenne attore con una manciata di film alle spalle e il sogno di diventare celebre. Tre anni dopo, Albertone lo divenne con I vitelloni di Fellini ma allora, chi lo vide salutare Hardy, non poté trattenersi dal ridere.

Laurel e Hardy non erano diversi soltanto a vedersi. Lo smilzo amava pescare e fece fatica a trovare una donna che non gli creasse problemi. Iliana Shuvalova si fece perfino arrestare per aver distrutto un pub. Lui ne sposava una dietro l'altra sfiorando sempre l'accusa di bigamia con cui convisse. Tutto nasceva dal fatto che l'unico amore di Stan era il cinema. E lavorava sempre. Il ciccione giocava a golf, scommetteva sui cavalli, perdeva regolarmente ma la prendeva con filosofia. Diversi ma uniti, perché non si ama solo chi si assomiglia. E nel '56 Laurel fu colpito da un attacco di cuore. Fece in tempo a riprendersi che toccò a Oliver. Da allora divenne magro per la prima e unica volta. Si asserragliò in casa e non si fece più vedere. Un ictus poi gli tolse la parola, ma con Stan si intendeva a gesti. A loro modo. Quelli che conosciamo tutti. Ora a render loro omaggio arriva la rassegna «90 anni di risate: Stan Laurel & Oliver Hardy». Si parte venerdì alle 19 al Mic con alcuni film muti accompagnati al piano da Francesca Badalini. Si chiude il 5 marzo all'Oberdan.