Ritu più Viviana, è nato il bistrot multiculturale

La chef indiana e la stellata Varese fondano «Spica»: piatti «del cuore» da tutto il mondo

Nell'arte, come nell'amore, uno più uno spesso fa tre. Ma era tutt'altro che scontato prevedere quale figlio potesse generarsi dall'inedito incrocio professionale tra una chef napoletana stellata come Viviana Varese e la più creativa interprete della cucina indiana contemporanea a Milano come Ritu Dalmia. Vero è che il nuovo locale aperto a quattro mani da circa un mese a Porta Venezia è stato definito dalle due artefici «una questione di cuore»: e al cuore, si sa, non si comanda, ma tutt'al più ci si abbandona, forti e sicuri dell'esperienza e di un sodalizio che le due amiche chef hanno consolidato da anni attraverso progetti internazionali di alto catering. Il locale dell'animata via Melzo è stato ribattezzato Spica, che è anche il nome della stella più luminosa della costellazione della Vergine, che è a sua volta il segno zodiacale di Rittu. Quando ci si entra non c'è nulla che ricordi le atmosfere esotiche di Calcutta, città natale della matrona del Cittamani, e neppure l'aria tirrenica che spira da Alice all'ultimo piano di Eataly. Spica, nelle intenzioni delle due ideatrici, nasce per essere un viaggio attraverso le passioni per la cucina del mondo, oggi diremmo «glocal», aperta alle contaminazioni ma soprattutto alle condivisioni. Il menù, così come anche il design del locale, è infatti un vero e proprio caleidoscopio di sapori e colori, dove la cucina etnica dal rassicurante formato casalingo abbraccia, è davvero il caso di dirlo, il pianeta in quattro macroaree: il Sud-Est asiatico, il Sub-continente indiano, l'Europa e le Americhe. Niente paura. Per ognuna di queste zone, le due amiche hanno selezionato pochi piatti del cuore, quelli a cui sono legate affettivamente e che hanno interpretato nella formula tapas oppure main course. Sui tavolini di un locale colorato e luminoso, sfilano zuppe birmane e insalate thailandesi, tortillas messicane e pulpo alla gallega, dim sum in pasta cristallo e bao dalla Cina, fagottini del Rajasthan o pizze fritte con melanzane a funghetto con stracciatella. Una divertente multiculturalità che, per essere davvero tale, non poteva che essere senza muri e «democratica» anche nei prezzi, certo più vicini a quelli di un bistrot che a quelli dei blasonati ristoranti originari. Anche perchè le due madrine saranno presenti soltanto attraverso i loro giovani epigoni sia in sala che in cucina, dove si alterneranno ben nove cuochi di nazionalità diverse. Nove sì, ma uniti da un solo cuore e un solo amore, canterebbe Bob Marley.