Da Rizzo a Pisapia è sparita la sinistra Adesso Sala rischia

Le liste più radicali escono duramente sconfitte dalle urne Troppe liti e contrapposizioni. E poco peso al ballottaggio

Luca Fazzo

Che la coperta fosse stretta, Beppe Sala lo sapeva sin dall'inizio: e dovunque l'avesse tirata, rischiava di lasciare scoperto un pezzo dell'elettorato indispensabile per vincere. Ma neanche mr Expo forse immaginava che i guai in vista del ballottaggio gli sarebbero venuti dallo sgretolamento della sinistra-sinistra, ovvero da quella Milano che cinque anni fa era stata decisiva per incoronare il suo predecessore Giuliano Pisapia. Invece è proprio da lì, dalla polverizzazione della gauche più radicale, che a Sala nascono oggi problemi che già in queste ore sono sotto il microscopio degli specialisti di flussi elettorali del suo staff. Con un problema: il tempo è poco. E riuscire a rabberciare in quindici giorni ciò che si è perso per strada nei sei mesi precedenti rischia di essere impresa disperata.

I dati che allarmano Sala sono i due fallimenti delle liste alla sua sinistra: quella che aveva scelto di fare parte del suo cartello, «Sinistra per Milano», e la lista di «Milano in Comune», che al primo turno ha sostenuto come sindaco Basilio Rizzo. Due bastioni che Sala considerava sufficienti a garantirsi la copertura sul lato estremo dell'elettorato, dando per scontato che al secondo turno anche gli elettori di Rizzo fossero pronti - se non altro in nome del «male minore» - a convergere sul suo nome. E l'endorsement preventivo di Rizzo in questa direzione gli permetteva di dormire sonni relativamente tranquilli.

Invece dalle urne arriva il patatrac. «Sinistra per Milano» porta a casa il 3,83 per cento, nonostante la benedizione di Pisapia, l'appoggio pieno di Sel, la presenza in lista di facce assai visibili della vecchia giunta arancione come Paolo Limonta: un tracollo, visto che Sel da sola alle comunali del 2011 aveva preso il 4,8 per cento. Se si guardano i numeri assoluti, all'appello mancano la bellezza di diecimila elettori, che evidentemente hanno ritenuto, almeno al primo turno, indigeribile l'appoggio a Sala. Il problema è che questi voti in libera uscita non vengono intercettati dalla lista di Basilio Rizzo, che porta a casa il 3,5 per cento e 19.143 elettori, cioè appena mille in più di quelli che Rifondazione Comunista aveva raccolto praticamente da sola nel 2011 in appoggio a Pisapia. Una debacle, se si guarda al mondo composito cui «Milano in Comune» puntava a dare rappresentanza, dall'ala dispeptica di Sel ai civatiani di «Possibile» fino a quanto rimane di rifondaroli e comunisti.

Ora chiamare a raccolta questa sinistra variegata e litigiosa non sarà facile: basta pensare che la lista di Rizzo ha come slogan «sinistra e Costituzione» per intuire come avranno preso i suoi sostenitori l'appoggio di Sala alla riforma Boschi. Ma il vero problema è che la scoppola elettorale rischia di accentuare orgogli di partito e partitino, spinte centrifughe il cui denominatore comune - basta guardare il dibattito che da ieri imperversa -è «abbiano perso perché non siamo stati abbastanza di sinistra», «perché non siamo stati alternativi a Sala», eccetera. Se testimonianza deve essere, insomma, che sia dura e pura. D'altronde se alla fine Beppe Sala dovesse vincere, che voce avranno nel formare giunta e linea i micropartiti della sinistra dissolta?