Sala, tocca alla difesa: «Su Expo un grave errore da parte della Procura»

I legali dell'ex commissario: non era necessario rifare la gara e il verde non fu sfilato dall'appalto

Luca Fazzo

Un «travisamento» dei fatti, una ricostruzione «arbitraria e superficiale», un percorso logico «fumoso e pieno di contraddizioni»: e un risultato «disarticolato dalla realtà e gravido di errori». Non ci vanno leggeri, gli avvocati del sindaco Sala, nel ribattere per la prima volta per iscritto alla Procura generale, che vuole portare il primo cittadino a processo per falso e turbativa d'asta. Nel penultimo giorno utile prima della scadenza dei termini, i legali di Sala - gli avvocati Salvatore Scuto e Stefano Nespor - depositano la memoria difensiva in cui chiedono al sostituto procuratore generale Felice Isnardi di archiviare il fascicolo a carico del sindaco. Sanno che non accadrà, che Isnardi chiederà il rinvio a giudizio di Sala e che lo scontro approderà all'udienza preliminare. Ed è in vista di quello scontro che mettono nero su bianco la verità del sindaco: non ho commesso alcun reato, e quando ero alla guida di Expo mi sono mosso «perseguendo un obiettivo, la celebrazione di Expo 2015, cruciale per il prestigio di Milano e del Paese».

L'autodifesa del sindaco ripercorre passo passo i due capi d'accusa che gli vengono mossi dalla Procura generale, entrambi legati al più importante appalto di Expo, i lavori per la piastra. Il capitolo più lungo è dedicato all'accusa di turbativa d'asta per avere stralciato informalmente dalla gara per la piastra le forniture di verde e alberi, senza rifare il bando: e danneggiando così le aziende che alla gara non avevano chiesto di partecipare in quanto non in grado di fornire questo genere di lavori.

Ebbene, fa sapere Sala: rifare l'appalto per la piastra avrebbe «garantito il fallimento di Expo». I tempi non lo avrebbero permesso. È il leitmotiv delle risposte che Sala per anni ha dato alle obiezioni sulla sbrigatività del «rito Expo». Ma in questo caso, aggiunge la memoria, rifare la gara non era necessario perché in realtà non tutto il verde fu sfilato dall'appalto. La Procura e la Guardia di finanza vengono accusate di essere incappate in un errore marchiano. Le forniture che vennero separate per cercare (invano) uno sponsor riguardavano una piccola parte del verde, seimila piante, mentre «200.228 specie tra alberi, piante, arbusti, piante acquatiche, piantagioni erbacee e filari» continuarono a fare parte dell'appalto principale. «Non è quindi ipotizzabile una lesione delle regole della concorrenza che presiedono alle gare pubbliche (...) nessuna impresa si è lamentata per non avere potuto partecipare: il che ulteriormente dimostra che l'ipotesi di una turbativa è campata in aria». Sala sostiene che a premere pesantemente per togliere dalla gara per la piastra l'intero capitolo del verde, per oltre 15 milioni, era la Regione, attraverso Antonio Rognoni, direttore di Infrastrutture Lombarde, per proteggere i vivaisti locali. Expo resistette. E, nel pieno rispetto delle regole, si stralciarono solo 5 milioni. A decidere, sostiene il sindaco, fu peraltro il responsabile del procedimento, Carlo Chiesa.

Più stringate le argomentazioni che i legali dedicano al secondo capo d'accusa, il falso che Sala avrebbe commesso nel verbale di nomina della commissione aggiudicatrice. Secondo l'accusa, gli avvocati di Expo si erano accorti in ritardo che due membri della commissione erano incompatibili, e si decise di mettere una pezza con una nuova nomina retrodatata. La memoria difensiva del sindaco ribatte che nulla impedisce di cambiare i componenti di una commissione in corso d'opera, fino all'apertura delle buste: quindi il falso (ribattezzato «interpolazione») fu superfluo e innocuo, «ininfluente rispetto agli esiti della gara». Allora perché il verbale fu taroccato, e consegnato addirittura a casa di Sala per la firma? Questo la memoria non lo spiega.