Salvini alza il tiro contro Formigoni Maroni lo stoppa

Una telefonata del governatore Roberto Formigoni al leader in pectore della Lega Roberto Maroni. E Matteo Salvini passa dal bagno di folla del congresso di Bergamo dove il popolo leghista l’ha incoronato con l’80 per cento dei voti, alle dure regole della diplomazia del Palazzo. Un brusco risveglio quello del neo segretario che a nemmeno ventiquattr’ore dal suo insediamento a capo della Lega lombarda, già si trova tra le mani la prima grana. Catapultato in un attimo dal ruolo di barricadero perfettamente vestito per vent’anni, a quello di leader di un partito che ama dirsi di lotta, ma che di quegli anni gran parte li ha passati al governo. Di Roma o di quelle regioni del Nord che per numero di abitanti e soprattutto Pil non possono essere certo considerate marginali per il destino del Paese. Ecco perché un conto è spararla grossa quando si è eurodeputato o magari capogruppo in Comune, un altro farlo da segretario «nazionale» della Lombardia, culla e crogiolo delle crociate padane.
Una mutazione non ancora metabolizzata da Salvini che neppure aveva assaporato il miele della vittoria che già, da gladiatore qual è, sparava a palle incatenate contro Formigoni. Chiedendogli forse il sacrificio più grande, le dimissioni dal ruolo di commissario generale dell’Expo, proprio quella vetrina planetaria faticosamente conquistata a dispetto delle resistenze di Letizia Moratti e di gran parte del Pdl e a cui per nulla al mondo rinuncerebbe. «Formigoni deve mollare Expo perché la Regione Lombardia ha bisogno di un impegno costante ventiquattr’ore sui ventiquattro», la motivazione deboluccia a coprire quello che invece è l’istinto di Salvini ad alzare sempre il tiro. È sempre stato così. E lo è anche oggi che ha in mano le redini dei leghisti di Lombardia (e non solo) e il bersaglio a cui puntare è diventato quello grosso. Ovverosia proprio Formigoni. «Che contro la Regione ci sia un attacco a 360 gradi - le parole di Salvini - è fuori di dubbio. Peccato che alcuni comportamenti privati del presidente possano aver collaborato a questo attacco. Al posto di andare ai Caraibi, vada sul lago di Como e ci risparmi qualche figura di palta». Non solo. Perché «di certo alla Regione ora serve davvero una marcia in più». Come a dire una perfida alchimia tra la critica velenosa e lo sberleffo irriverente dell’eterno enfant terrible che vien da credere faticherà a trasformarsi in paludato frequentatore di Palazzi. Anche perché il vice presidente della Regione è Andrea Gibelli, colonnello leghista che pur con i dovuti distinguo mai ha fatto mancare la promessa di appoggio (suo e del Carroccio) proprio a Formigoni.
Una frattura in cui immediatamente cerca di insinuarsi una sinistra in crisi di idee. «Se davvero, come dice Matteo Salvini, la Lega vuole tornare ai fatti c’è solo un modo per dimostrarlo al di là dei proclami e delle parole: votare la mozione di sfiducia regionale che verrà discussa mercoledì prossimo al Pirellone», ha scritto ieri in una nota il segretario regionale del Pd Maurizio Martina. Abbastanza perché Formigoni decida di mettere subito le cose in chiaro e fugare qualsiasi possibile dubbio. Ché questi non son tempi in cui si possa scherzare e giocare col fuoco per raccattare un pugno di voti magari di leghisti in fuga dopo gli scandali della family Bossi. Telefonata ieri a Maroni e rassicurazioni che dal Carroccio non arriveranno scherzi.
Ma Salvini tira dritto. Nessun festeggiamento e anche ieri salamelle padane tra i militanti «alle feste Lega di Calcinate e Castrezzato. Buon lavoro all’amico Flavio Tosi e a tutti i fratelli Veneti!». Gemelli diversi, Tosi e Salvini, i quarantenni su cui la Lega punta per girare la brutta pagine del «postificio» romano denunciato da Cesarino Monti. Il sindaco di Lazzate che ha commosso tutti raccontando della voglia di sconfiggere la sua malattia, non meno di quella che sta divorando la Lega. Quella che dice di non riconoscere più.