San Raffaele, nelle sentenze tutti gli errori della Procura

Il San Raffaele venne effettivamente dissanguato, facendo uscire dalle sue casse milioni di euro in pagamento di lavori che valevano assai meno. Ma non tutti gli episodi in cui la Procura della Repubblica ha visto l'ombra del malaffare sono stati confermati dalle prove. E non bastano le dichiarazioni di Mario Valsecchi, l'ex direttore amministrativo dell'ospedale, che ha limitato i danni patteggiando la pena e vuotando il sacco, a dispensare condanne a pioggia: alcune accuse di Valsecchi hanno trovato riscontro puntuale, altre sono rimaste prive di conferma, altre sono state del tutto smentite. E insomma la verità sugli affari della creatura di don Verzè rimane per larghi aspetti inafferrabile.
Sono queste, in sintesi, le motivazioni della sentenza con cui la terza sezione del tribunale di Milano ha assolto tre dei quattro imputati per il disastro del San Raffaele che hanno scelto di affrontare il processo ordinario. Il dispositivo, letto il 30 aprile scorso, aveva condannato per bancarotta fraudolenta solo l'imprenditore Pierino Zammarchi, che si era visto infliggere cinque anni, mentre erano stati assolti suo figlio Gianluca e gli imprenditori Fernando Lora e Carlo Freschi. Le motivazioni depositate ieri spiegano sia la severità della condanna di Zammarchi padre, le prove nei cui confronti vengono definite «granitiche», che l'assoluzione degli altri imputati.
Secondo la sentenza, «l'esistenza all'interno della Fondazione di un circuito criminoso operante ad ampio raggio ha deformato l'immagine della stessa Fondazione in termini del tutto antitetici a quella di un serio ente non profit». Pierino Zammarchi avrebbe restituito in contanti a Valsecchi e a Mario Cal, poi morto suicida, buona parte dei soldi incassati in più per i lavori. Una parte dei fondi neri così creati finivano poi a Piero Daccò, il lobbista dell'ospedale.