San Siro galoppa verso l'addio

San Siro è in silenzio. Dal Bar Derby davanti al cancello dell'ippodromo di via Capecelatro, non esce un rumore. Eppure è l'orario giusto. Quello che un tempo ti catapultava in un mondo. Piccolo mondo di lavori, tempi, sulky, polvere bianca che prometteva successi e conquiste. E vincite. Frequentare la pista all'alba da addetto ai lavori era un lusso. Una magia. Quella di un mondo che oggi non trotta più. O quasi. Muto è il risveglio delle scuderie, che sono pure bellissime, anche se dismesse. Nel cortile centrale c'è anche un po' di letame sparso. Mai visto. Qualcuno se ne dovrebbe occupare a fronte di 5,5 milioni di euro circa di entrate previste annue (fra Unire Assi e operatori), ma va così. E da qualche giorno i dipendenti della Società Trenno sono stati messi in mobilita'. Qualche box ha gli alloggi di sopra. Ci saranno un centinaio di persone che ci abitano come consuetudine, tutta gente che lavora lì, intendiamoci. Erano 250 fra lavoratori e professionisti quando l'attività era al massimo. E i cavalli erano 600. In un crocevia fra le scuderie c'è ancora il barbiere dei driver e degli allenatori. Saracinesca giù. Stesso discorso per il sellaio.
Da un box, carriola alla mano, spunta Siviero Milani «un vincitore di Derby e gran premi» che si adegua ad accudire personalmente i cavalli a lui affidati. Dal 31 sarà «abusivo» pure lui. Come uno qualsiasi, più che mai sfrattato dall'ippodromo del trotto. Ed entro il 31 agosto tutti dovranno lasciare questo piccolo mondo antico. Che non trotta più. La notizia è appesa qua e là. Una circolare, una lettera firmata da qualcuno della Trenno srl che ha in gestione l'impianto, si dice ora non più redditizio.
Tutti i trottatori, ne saranno rimasti un centinaio (perché 50 sono in «vacanza» nelle piazze estive di Albenga e Cesena), se ne dovranno andare. S'alzano dalla lettiera senza fare rumore, lenti, come di gomma... Qui non abita più nemmeno l'odore di paglia e quello sferruzzare della forca che rifà, come un rito, il giaciglio di tanti atleti e qualche campione a quattro gambe.
E' un trotto che non c'è più, in buona sostanza. Ma in realtà qualche reduce, come un fantasma, si muove e tenta un allenamento. Un corso per gentleman, una sgambata al tondino. Finché il cancello non sarà lucchettato del tutto, quello di accesso alla pista: aprirà solo nelle giornate di corsa. Alle spalle svetta lo stadio Meazza. Il caffè che ti ha offerto Gianni Mauri, da una vita allenatore guidatore «assistente sociale» e presidente della Cassa ippica per i guidatori, fondata nel 1968, è di un mondo fuori che non sembra reale. E qui ti senti davvero fra i fantasmi «gli esondati» come li definisce lui. Lui per primo che vive ancora dentro.
Ti viene il magone perché tutto va a pezzi e soprattutto sta finendo la favola. Del trotto milanese che vinceva, delle dinastie dei Brighenti, Casoli, Baroncini, Gubellini, Guzzinati o più recentemente dei Carro. Scomparsi o migrati fuori porta. E qui non torneranno più. Anche se adesso i loro ranghi sono ridotti, anche se il parco cavalli sarebbe di un numero accettabile e i 600 posti potrebbero starci. «Qui ancora oggi e fino al 31 agosto, per 150 cavalli si paga la lettiera e l'uso della struttura. Anche quando non corrono o non ci sono, eppure saranno mandati via» dice Mauri.
E comunque, ai primi di settembre, se e quando le corse riprenderanno (sia pure solo per 6 mesi di calendario ridotto), tutti se ne dovranno andare, niente più allenamenti. Prima i cavalli. Poi gli uomini. Perché la circolare e le raccomandate parlano chiaro. «Intendiamoci non è una sorpresa – riconosce Gianni Mauri – lo sapevamo da almeno un anno e mezzo, solo che il tempismo e i modi di questi giorni sono una pugnalata alla schiena: c'è una struttura che viene smantellata quando tutti sono in vacanza e paradossalmente stanno pagando un affitto, anzi un uso, del centro di allenamento. Questo è un mondo che ormai cerca solo di sopravvivere».
Passa un cavallo, uno della scuderia Guzzinati, e ti vengono i brividi. C'era una volta Sergio Brighenti, il «Pilota». C'erano Delfo, Tornese, Varenne… Roba per gente romantica e ingenua, perché qui ora la Trenno deve sgomberare e fare sgomberare. Sono solo questi i costi da tagliare? E se ti viene il magone sei fuori tempo, qui, nella verde San Siro, ormai quel mondo di cavalli e scommesse non è più di moda. Milan o Inter? Varenne o Miocamen? Trotto o galoppo? Poco cambia. Non abitano più qui. Sfrattati da un'ippica che non rende, da una vecchia Milano che non c'è più.
Era un mondo quello dei cavalli a San Siro fatto di gente operosa e silenziosa. Qualcuno, qui, ci è proprio nato: come Angelo Nuti, tuta da driver e capelli bianchi. Gente che s'alzava all'alba per fare uscire i cavalli. In attesa del maniscalco. Allenamento. Iscrizioni e gare. I pareri da dare e raccogliere per la stampa di settore. La verifica. Lo studio delle prestazioni. Quando non era tempo di aste e di genealogie… Ora chiude tutto, e non per ferie. Per sempre. «Sì, certo, era nell'aria – dice Nuti che incontri a bordo pista - ma vederselo scritto li, nero su bianco, appeso a un muro, fa un certo effetto».
San Siro trottava che era una meraviglia. E vinceva. Le scommesse, «quelle del montepremi che poi viene ridistribuito» c'erano, ma era tutto il contesto a sembrare una favola, ed era una favola che spesso coinvolgeva gente umile.
«Questa storia è un tracollo annunciato - ti racconta con razionalità e un filo di emozione Lilli Pennati, dal 1985 al 2011 campionessa sul sulky. «Una storia che ho nel sangue, mio nonno Giovanni gareggiava con Sergio Brighenti. Abbiamo sempre avuto i cavalli. Li allenavo e guidavo io. Dopo una brutta caduta ho dovuto dire basta. Sono sempre nell'ambiente, e mi adeguo: ora per poche riunioni l'anno come si fa a tenere in piedi tutta la struttura?» conclude la gentleman d'Italia. Ora i Carro si dividono fra Trucazzano (Gaetano) e Albenga (Salvatore), i Gubellini a Bareggio, i Baroncini a Brusignano...
«E' il risultato di un abbandono completo da parte di tutti – conclude Mauri – e la politica, forse anche cercando di volerci aiutare, ha fatto anche peggio. Io chiedo maggiore rispetto e attenzione anche al bene pubblico. Per esempio: i miei «pensionati» oggi sono 280 e arriveranno presto a 366: peccato che la Cassa ippica sia ormai vuota e tutto passerà cosi all'assistenza sociale. Questa volta non si attingerà più dal nostro montepremi, ma direttamente dallo Stato. Bel risultato no?».
Dopo dieci anni di agonia e forse 15 di sofferenza, San Siro non trotta quasi più. Le luci a San Siro si spengono.