San Vittore, Martina riscrive «Ma mi»

Levato e un'altra detenuta rivisitano il testo della canzone di Strehler

(...) come il fuoco che pulisce, quel rogo dentro che in carcere disinfetta e scava nella ferita del dolore, perché più si scompare agli occhi del mondo più si cerca una nuova identità pura, che emerga dal fondo delle colpa commessa. Si vuole cambiare il corpo più che la pelle, per provare la bellezza delle farfalle, dato che si è già assaggiata la velenosità dei serpenti, e l'acido buttato sull'anima scava le radici di una forza che non è più quella del delitto, ma quella del suo antipodo. Oltre le sbarre si tenta di ripescare l'innocenza, e questo l'arte è in grado di fare.

Martina, Mariangela, Stefania e Cinzia si trovano insieme alla scrittrice Renata Discacciati nelle riunioni di redazione del giornale «Oltre gli occhi». Sono una redazione che discute insieme le storie, come nessuna redazione fa più, e poi ti spiattellano, tra il sorriso e le lacrime, un'idea come «Ma mi», indimenticabile, sfacciata, malmessa armonia che ricordiamo soprattutto nelle voci biascicate e potenti di Ornella Vanoni e Enzo Jannacci. Fu proprio San Vittore e «on gatt» a ispirare questa mala-filastrocca a Giorgio Streheler e Fiorenzo Carpi, quando furono rinchiusi in carcere nel 1944.

«Sem ritruvà a scriv un giornal/Con la Renata che la romp le ball./Ma mi a scriv, sun bòna no/Però io canto con la mi vos». Non più due uomini ma due donne narrano la loro esperienza di recluse, due donne, due nomi, Mariangela e Martina, ma quali silenzi, rabbie, incanti ancora, forse, sotto la loro penna, quanta sofferenza, come per Martina, lontana da un figlio da poco partorito e lasciato al destino delle leggi, segnata dalla storia con uomo che ha violentemente danneggiato un altro uomo, e sfigurato e leso anche lei nel corpo e nell'anima. Ancora e sempre una domanda: ora, dopo tanta bruttezza, può l'arte arrivare nelle vite di carnefici e vittime per lenire le ferite, elaborare il passato fino a giungere a ciò che Goethe scriveva: «In fondo esperienza è il nome che diamo ai nostri errori»?

Portata al successo nel 1959 dalla Vanoni, «Ma mi» non ha mai conosciuto un momento di stanchezza, come se la fierezza che un uomo ha quando perde la libertà fosse più necessaria di quella scarsa dimensione di vita che l'esistenza del quotidiano ti offre. «Ma mi, mami, ma mi/Quaranta dì, quaranta nott/Con le me amise semper insema/Per num l'amicizia l'è suprema». Tre i temi del prossimo numero del giornale «Oltre gli occhi», finanziato nel 2016 dalla fondazione Cariplo: la libertà, la felicità e l'amicizia.

Cantando il testo di Mariangela e Martina si ha l'impressione che chi è dentro, per avere tradito tutte e tre queste gioie, abbia cominciato a conoscerle meglio di chi è fuori, perché è quando si cerca di cucire una ferita che l'odore del sangue si fa più acre. È successo così a Martina e Mariangela, che hanno riscritto una canzone, e la cantano.

Elena Gaiardoni