Saviano, da Gomorra a San Gennaro

Lo scrittore e il regista Borrelli debuttano con «Sanghenapule»

Antonio BozzoLuce e ombra, superstizione e fede, alibi e forza propulsiva, rinascita e speranza. San Gennaro è tutto questo, tal quale Napoli, la città di cui è il Patrono (in coabitazione con altri cinquanta sotto-patroni). Ora, dal 5 al 17 aprile, sarà anche il tema dello spettacolo «Sanghenapule» di Mimmo Borrelli e Roberto Saviano, al Piccolo Teatro Grassi, e nella prossima stagione, in gennaio, al Teatro Studio Melato. «Roberto mi scrisse una mail e il direttore del Piccolo, Sergio Escobar, ha acceso la miccia e fatto esplodere l'amore professionale tra me e lo scrittore. Tutto nel segno dell'amore per Napoli e Milano, città come poche altre aperte al mondo». Così Borrelli, drammaturgo e attore di culto non solo a Napoli, racconta l'incontro con l'autore di «Gomorra». Spiega come ha convinto Saviano, sulle prime restìo, a entrare mani e piedi dentro il linguaggio del teatro. «Ho verticalizzato la scrittura di Roberto», dice Borrelli. «Io scrivo in versi, lui in prosa. E ne è uscito il nostro San Gennaro, visto da due non credenti. Ma io, per esempio, sono di educazione cristiana e in ogni spettacolo cerco Dio. Roberto è in scena, io sono il santo evocato, o un fantasma, o la 'capuzzella' come a Napoli chiamano gli spiriti nelle chiese o tra i morti». E Saviano: «Gennaro è un santo pagano, bizzarro. Un santo che si può insultare in chiesa, se le cose non vanno come devono: degli altri santi i devoti napoletani hanno soggezione, di Gennaro no, è uno di loro, uno di noi. Ne raccontiamo la vita, il martirio e il culto attraverso i secoli. I riferimenti al giorno d'oggi sono ovvi: l'esercito straccione della Santa Fe, i sanfedisti, ricorda l'Isis; gli emigranti napoletani e italiani, che hanno portato nel mondo il nome santo di Gennaro, sono i migranti che vengono dall'Africa e dal Medio Oriente. Mimmo ha inventato una lingua potente per restituirci il tutto, piena di sonorità flegree e marrane, e persino un latino maccheronico». Saviano racconta del tesoro del patrono. «È il più ricco del mondo intero», ricorda. «La collana ha 200 diamanti e centinaia di rubini. Eppure nessuno ha mai tentato di rubarlo, anche in una città difficile come Napoli». Non lo dicono, Borrelli e Saviano, ma una preghiera (laica) a Gennaro, affinché faccia il miracolo del buon esito teatrale (miracolo non difficile: Saviano è nome di richiamo), forse l'hanno indirizzata verso il cielo. «Sanghenapule», diretto da Borrelli e prodotto dal Piccolo, si avvale di musiche ad hoc (di Gianluca Catuogno e Antonio Dalla Ragione). Una vera drammaturgia di suoni, che utilizza vibrafoni vintage, campane tibetane, organetto a mantice, crepitacoli peruviani e la tammorra, costruita alle falde del Vesuvio. Sotto il vulcano, corrono note e pensieri. Una «Divina Commedia» partenopea, con Borrelli-Dante e Saviano-Virgilio, sta scritto nel foglio di presentazione. Lo spettacolo, se come tutto lascia credere avrà successo, proverà anche teatri esteri: San Gennaro ha milioni di devoti ai quattro angoli del pianeta.