Sbarcano a Malpensa i «Sette savi» scolpiti da Melotti

Dal 20 giugno al 10 novembre allo scalo di Malpensa i passeggeri in arrivo e in partenza saranno accolti da sette sculture giganti in pietra, opere metafisiche dello scultore Fausto Melotti (1901-1986), uno dei nomi illustri dell'arte italiana del Novecento. La serie è dedicata ai Sette Savi, intitolazione che si presta a interpretazioni e simbologie; sono figure alte 230 centimetri, bianche, imponenti, eleganti, e saranno collocate in quel grande spazio nero e un po' lugubre chiamato la Porta di Milano, all'ingresso del terminal principale che ora, a due anni dalla sua inaugurazione, acquista la sua vera funzione di ospitare esposizioni. Si tratterà sicuramente di un effetto energico, con questi «omenoni» chiari stagliati nel grande spazio buio, e l'impatto non passerà inosservato a chi va e a chi arriva; lo scopo della Porta di Milano è proprio quello di scandire e rendere consapevole il passaggio tra la città e l'aeroporto, da molti inteso come un non-luogo.
La mostra è stata annunciata e illustrata ieri nella sede dell'Amministrazione provinciale da Filippo Del Corno, assessore alla cultura del Comune di MIlano, da Novo Umberto Maerna, vicepresidente e assessore alla cultura della Provincia, da Giuseppe Bonomi, presidente della Sea, da Angela Vettese, studiosa e curatrice della mostra, dal restauratore Luciano Formica e dall'architetto Pierluigi Nicolin, progettista dell'allestimento della mostra e dell'«involucro» nero che la contiene.
Ma a parte l'iniziativa di esporre le statue a Malpensa, la storia dei Sette Savi è, in qualche modo, avvincente. Furono commissionati dal Comune di Milano a Melotti nel 1961 per il giardino del liceo classico Carducci di via Beroldo, e furono scelti da una commissione di cui facevano parte personalità come Piero Portaluppi, Franco Albini e Renzo Gerla. Il Comune li pagò 5,85 milioni di lire. Ma le statue, esposte alle intemperie ma soprattutto alle intemperanze degli studenti, furono ben presto danneggiate e decapitate, e solo tre anni dopo vennero retrocesse in un magazzino, dove giacquero abbandonate per decenni. Il loro recupero è recente, ed è stato possibile grazie alla Sea, che per il restauro ha investito 18mila euro. Formica ha testimoniato ieri che il loro stato era tale che non permetteva nemmeno di capire se il materiale fosse artificiale o naturale; solo dopo analisi approfondite si è accertato che si tratta di pietra di Viggiù. Il valore attribuito oggi alle sculture in sede di assicurazione è di 7 milioni; una stima probabilmente generosa, ma che comunque rende l'idea di opere di alto livello.
Tutta l'operazione è stata coordinata - «tessuta» è forse il termine giusto - da Piero Borghini, ex sindaco di Milano e oggi consulente della Sea. Qualche velo di dubbio riguarda la titolarità di queste opere. E' proprietario il Comune, antico committente, o la Provincia, alla quale è nel frattempo passato il Carducci? Chiarezza assoluta non c'è; ma in ogni caso si tratta di proprietà pubblica milanese. E quindi i Sette Savi (di cui esiste un'altra versione al Pac) dopo la mostra andranno adeguatamente valorizzati. Magari per scandire l'ingresso all'Expo, nel 2015.