Alla Scala

Ma chi è questa Lulu, femme fatale double face, che salta fuori dal cuore della Scuola viennese? Simbolico serpente del serraglio, moglie assassina, vittima del marciapiede dove muore per mano di uno dei tanti clienti.
Non si capisce. Certo non una vittima della società. Forse una vittima di sé stessa, della sua fame di sesso e libertà. Della sua amoralità. La Lulu di Alban Berg, opera programmata alla Scala dal 6 al 30 aprile (ore 19.30), parte da due drammi di Wedekind, Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora, adattati dallo stesso compositore con buona fedeltà pur nell'esigenza della trasposizione per il teatro lirico. Una trasposizione a suo modo. Al modo del più fedele seguace di Schönberg e della tecnica dodecafonica. Fatto che fa di Lulu, e non del sinistro Wozzeck (1925), anteriore di un paio d’anni, la prima opera dodecafonica (con riserva), consegnata a un ferreo strutturalismo che ne rende matematicamente consequenziali la varie sezioni. Il libretto apre sul Prologo dove un domatore presenta il suo serraglio (Berg ama il circense, il serpente è Lulu) che contiene in nuce quasi tutti gli elementi che verranno. Poi inizia la storia di lei. Una Velentina ante litteram, la stessa del coevo film di Pabst, Loulou, rappresentata da Louise Brooks. Bellissima e corteggiata l'eroina ha tra mariti. Il Primario preso da colpo apoplettico quando vede la moglie tra le braccia del Pittore; il Pittore che si uccide quando la scopre con il Dr. Schön; il Dr. Schön che la sorprende con il proprio figlio Alwa e la induce al suicidio consegnandole una pistola che lei scaricherà su di lui. E fin qui, pur nello squallore della vicenda, si assiste all'ascesa di Lulu. Poi il libretto, minuziosamente annotato, prevede un filamato che racconta in bianco-nero prigionia, malattia, fuga. Tra un viavai di personaggi loschi Lulu devastata cade sempre più in basso, fino a morire per mano dell'ultimo cliente, Jack lo squartatore. In mezzo di tutto, anche un'amante lesbica, la contessa Geschwitz, e un vecchio ambiguo che forse fa parte dell'inquietante passato o forse è il padre. Il tutto regolato da un simmetria perfetta.
I tre mariti sono gli stessi cantanti che sostengono il ruolo dei tre clienti, professore, negro, Jack (quel tre non ricorda il Mandarino di Bartok?). Il filmato è messo esattamente a metà tra ascesa e caduta (Mahagonny di Brecht-Weill, Lipsia 1930, è alle porte). Insomma, un gioco di specchi che parla del destino dell'uomo: tutte le vette hanno il loro precipizio. Fisiologico. L'opera dalla drammaturgia che strizza l'occhio alla tradizione (non mancano rondò, cavatina, canzonetta…) utilizza un linguaggio nuovo e aggressivo. La vocalità va dal recitato al canto, allo Sprechgesang. Berg ansioso di nuovo introduce anche jazz e band. Come, guardando indietro, non mancano all'appello i Leimotive wagneriani. La tempratura è una fiammata espressionista. La stesura di Lulu inizia nel 1928 e finisce nel '35, anno della morte del compositore. Il III atto resta incompiuto. La vedova vorrebbe che fosse terminato da Schönberg o da Webern. Invece è rimodellato da Friedrich Cerha. La prima esecuzione, in forma di concerto, è datata Zurigo 1937. La prima rappresentazione in tre atti avviene all'Opéra di Parigi nel 1979. Dirige Boulez, la regia è di Patrice Chéreau. Quell'allestimento approda alla Scala lo stesso anno. L'unico precedente era stato il 1963 con Nino Sanzogno, orchestra del teatro, allestimento di Amburgo. Da noi la prima Lulu è quella della Biennale di Venezia 1949. Dal prossimo martedì (presentato per gli Amici della Scala dall'importante terzetto Foletto-Cella-Manzoni) un nuovo allestimento Scala-Lione-Wiener Festwochen arriva dunque al Piermarini sulle orme del '79 (Festival Berg). Ne è protagonista Laura Aikin. Nel cast anche Franz Mazura-Schigolch che nel '79 era Schön e Jack. Dirige Daniele Gatti, stessa bacchetta del bellissimo Wozzeck 2008. La regia porta la firma paludata di Peter Stein.