La Scala celebra Mehta Il direttore indiano da 55 anni sul podio

Da lunedì il grande maestro protagonista della maratona di concerti, opera e balletto

Piera Anna Franini

Zubin Mehta è un direttore globale come pochi. E' nato in India nel 1936, si è formato a Bombay, quindi a Vienna, risiede fra Los Angeles e Firenze, ha coltivato direzioni stabili con le orchestre di NY, Tel Aviv, Los Angeles, Firenze, Monaco. Non c'è orchestra di punta che non labbia avuto regolarmente sul podio. E questo da subito: a 25 anni già aveva diretto i Wiener Philharmoniker e i Berliner Philharmoniker. È una frequentazione lunga 55 anni quella con la Scala dove torna da lunedì prossimo e vi rimane fino al 1° marzo dirigendo tre concerti sinfonici (il 23, 24 e 25 gennaio), otto rappresentazioni di Falstaff per la regia di Damiano Michieletto e Ambrogio Maestri nel ruolo del titolo (dal 2 al 21 febbraio) e sette Serate di danza in omaggio a Stravinskij, Le sacre du Printemps e Petruka (dall'11 febbraio al 1° marzo). I concerti di settimana prossima creano un ponte fra gli anni viennesi, quelli della gioventù, e il debutto a Milano. Dirigerà, infatti, i Sechs Stücke op. 6 di Anton Webern, scelti per l'apertura del primo concerto di Mehta alla Scala, il 21 giugno 1962. A seguire, la Sinfonia n. 96 «Il miracolo» di Franz Joseph Haydn e «La grande» di Franz Schubert. Proprio a Vienna il prode Zubin si diplomava brillantemente indossando il primo abito elegante della sua vita, lo acquistava dopo ponderati calcoli in un magazzino di uniformi per camerieri. Così ama raccontare.

Il rapporto con la Scala è lungo, e particolarmente vivo in questi ultimi anni. Chissà, forse destinato a intensificarsi considerato che la collaborazione con il Maggio Musicale Fiorentino chiude quest'anno, e quella con l'Orchestra di Israele finirà - sorprendentemente: l'incarico era a vita - nel 2019. E' poi legatissimo al sovrintendente della Scala Alexander Pereira. Fu tra i primi a sostenere la causa del manager, in una fase ancora burrascosa per Pereira. Lo definì vero mago nell'operazione del fund raising.

Mehta è un artista che, nei 60 e passa anni di attività, ha fatto tutto ciò che era possibile fare: ha condotto le migliori orchestre, ha lavorato con gli artisti del secolo, si è divertito con i concerti del Capodanno viennese, le performance con i Tre tenori e artisti crossover, in un intelligente e ben calcolato equilibrio fra ortodossia e anticonformismo. Ha vissuto sulla propria pelle la crisi che attanaglia il Maggio Musicale Fiorentino.

Per la causa del Maggio e dei teatri italiani in crisi, s'è speso molto, difendendo a spada tratta la cultura e i teatri. Ma anche convinto che se «i governi non hanno più soldi, è inutile continuare a fare critiche. Non li hanno e non li possono erogare». E in tempi ancora non sospetti auspicava la defiscalizzazione delle sponsorizzazioni: gli anni d'America e Israele lo avevano formato in tal senso.