Alla Scala «La Creazione» di Haydn

Oggi parte la Stagione sinfonica: sul podio salirà Adam Fischer

Piera Anna Franini

La stagione sinfonica del Teatro alla Scala debutta oggi (repliche il 12 e 15) con l'Oratorio di Joseph Haydn, «La Creazione». I complessi scaligeri sono diretti da un musicista cresciuto a pane & Haydn quale Adam Fischer. Ungherese, ma austriaco per formazione e carriera, Fischer ha fondato un festival in omaggio a Haydn laddove il compositore visse e operò per 30 anni, ovvero nella reggia dei nobili Esterházy, a Sud di Vienna. E proprio lì ha inciso l'integrale delle Sinfonie di Haydn (premio Echo Klassik).

La storia di Fischer, nato in una famiglia musicale dell'Ungheria della cortina di ferro (1949), prende il via con una sfida nel nome di Haydn. A cinque anni sentì per la prima volta la Sinfonia «La Sorpresa», «aspettavo con grande ansia il colpo di timpani. Che arrivò ma a mio avviso era troppo piano. Mi lamentai con papà che mi disse: Lo vuoi più forte? Allora da grande fa il direttore d'orchestra, così decidi tu». E così fu.

Minuto, garbato, fare gentile, quando sale sul podio Fischer sprigiona energia, pare infuocarsi. Stiamo assistendo in questi giorni a un sua lettura di «Ernani» (di Giuseppe Verdi) piuttosto vigorosa. E anche nella «Creazione» promette che sentiremo «leoni e pure insetti feroci. Haydn scrive forte, sta poi a noi direttori decidere quanto forte». E lui ha deciso: tanto. Perché in questo Oratorio, dove si narra e si descrivono i momenti della creazione divina, l'orchestra traduce in suoni il creato, dal muggire dei venti al ruggito del leone, dal canto degli uccelli ai soffi dell'uragano. Le voci, invece, raccontano. Sono voci in confidenza con questa partitura trattandosi di Genia Kühmeier, Peter Sonn, Günther Groissböck, e Daria Cherniy.

Del peccato, in compenso, nessuna traccia. Il libretto su cui lavorò il musicista non include peccati, cacciate e tragedie. Si chiude in bellezza prima che tutto precipiti, come piace al Settecento, secolo dei Lumi. Come in fondo amava Haydn, uomo di fede genuina, sgombro di scetticismi, «lui credeva senza dubitare. Aveva una relazione non complicata con religione, la viveva in modo naturale ancora Fischer. C'è chi vede in questo finale, e nell'intera partitura, la mano lunga della massoneria e una punta di anticlericalismo per via dei continui rimandi al numero tre: tre le parti in cui è articolato l'Oratorio, tre gli arcangeli. Infine i committenti della Creazione erano simpatizzanti massoni.

Fischer preferisce semplicemente pensare a Haydn come all'artista che «rimane bambino. Del resto un artista deve essere un poco bambino: curioso, pronto a stupirsi. Quando sento questa musica, torno bambino». Aldilà di possibili influenze massoniche e sgambetti alla Chiesa, la sostanza di questo capolavoro sta proprio nell'incanto infantile.

Haydn spesso è schiacciato dal gigante Mozart. Entrambi sono austriaci, contemporanei ed emblema del Classicismo. Fischer non ha predilezioni, li ama equamente, «Mozart sta alla Toscana come Haydn all'Umbria. Non puoi dire che la Toscana sia più bella della Toscana o viceversa. L'Umbria è solo più rustica. Un po' come Haydn».

La Stagione scaligera proseguirà con due appuntamenti (sempre da moltiplicarsi per tre repliche) con Riccardo Chailly nel segno di Mahler. Alla fine di ottobre conosceremo il giovane Lorenzo Viotti, non tragga in inganno il cognome: è svizzero. Dopo mesi di lontananza dal podio, tornerà Zubin Mehta. Quindi Gianandrea Noseda e Christoph von Dohnányi.