La Scala diventa azienda Pereira: «Ora tocca a noi»

Il ministro firma il decreto che sancisce l'autonomia dell'ente Il sovrintendente: «È bellissimo, ma dobbiamo esserne degni»

In un momento di naufragio generale dei teatri italiani, ecco qualcosa di propositivo. Proprio ieri, il ministro Franceschini ha firmato il decreto per l'autonomia speciale per Scala e Santa Cecilia di Roma. Ora non resta che «essere degni di questo bellissimo riconoscimento», è la replica del sovrintendente scaligero Alexander Pereira. «Lavoreremo intensamente per questo. La cosa più importante è che porti più sicurezze ai lavoratori della Scala. Noi dobbiamo fare cose meravigliose come mai sono state fatte prima poiché non c'era questa possibilà». Riccardo Chailly ritorna dunque alla Scala in un momento assai particolare: quelli di venerdì e sabato saranno i primi concerti dopo la frattura - in giugno - del braccio. E primi concerti alla testa dei complessi scaligeri (aldilà del concerto con la Filarmonica in primavera) da quando è stata ufficializzata la nomina a Direttore Principale della Scala. In programma «Requiem di Verdi», omaggio all'amico, mentore e maestro Claudio Abbado, nonché partitura destinata a entrare nella tradizione della Scala del nuovo corso, quella capitanata dal sovrintendente Alexander Pereira e Chailly. Che dopo un'esperienza trentennale all'estero, fra Berlino, Amsterdam e Lipsia, sta per tornare in Italia in un momento difficile per i nostri teatri, in una settimana si sono dimessi tre direttori: Riccardo Muti, Nicola Luisotti, Daniele Rustioni, traballa poi il podio del Regio di Torino. Come vive tutto questo Chailly? «Il segnale che ricevo è allarmante, mi dà profonda agitazione. E' un momento molto critico, un fatto gravissimo, un segnale di morte. L'Italia sta perdendo grandissimi musicisti e soprattutto l'identità culturale di una città. Sento dire che bisogna chiudere per poi riaprire. L'Italia ha dimostrato che chiudendo non ha poi più riaperto, pensiamo ai complessi della Rai. Sicuramente queste difficoltà del momento non possono non lasciare traccia. Qualcosa deve cambiare ma in senso più costruttivo. A 60 anni io sento di potermi dedicare alla città dove sono nato e cresciuto, dopo aver accumulato esperienze trentennali in giro per il mondo». Tutto questo, ha rimarcato Chailly, se assieme a Pereira «avremo le condizioni per farlo». E Pereira: «E' mille volte meglio trovare compromessi anche difficili, ma guai a chiudere un teatro: è la sua morte. Casi di teatri chiusi e mai più riaperti si sono avuti negli Usa, Germania, Austria, figuriamoci in Italia in questo momento di fragilità». A proposito di progettualità e sguardo oltre la crisi generale. Non è escluso che Chailly incida il Requiem verdiano, «dovevo inciderlo 10 anni fa ad Amsterdam , ma non me la sentivo. Non c'è fretta . E' importante arrivarci al momento giusto. Dirigo il Requiem da 30 anni, credo che questa sia la mia sedicesima produzione. Ma sento che un'incisione sia ancora prematura. La Decca di Londra quando ha saputo del Requiem qui in Scala ha chiesto, chissà, magari fra due anni», considerando che Chailly conta di riproporlo come tradizione Scala.