Alla Scala senza governo Butterfly vola sulla crisi

Milano sempre più lontana dal potere romano presenta il biglietto da visita della sua diversità

di Giannino della Frattina

Nell'eterno dubbio se si venga più notati a esserci o a non esserci, la Prima della Scala regala una serata di notorietà ai (forse) ministri e presidenti rimasti a Roma per rimestare nel pentolone della crisi del governo e soprattutto del Pd. Incredibilmente invisibile, invece, il cappottino simil loden di Mario Monti che percorre il red carpet bellamente ignorato e non richiesto nemmeno di una scontata dichiarazione sul suo successore decapitato di fresco dalla ghigliottina referendaria. Stessa sorte a fianco a lui per il suo fu ministro Corrado Passera. Sic transit la gloria di un mondo dove la durata media dei governi è di un annetto o poco più e i 12 mesi tra un Sant'Ambrogio e l'altro sono l'era geologica che archivia l'alterigia di un potere il cui declino ha il tempo del battito d'ala di una farfalla. Magari di quella Madama Butterfly nella sua prima versione riportata dal maestro Riccardo Chailly su quel palco dove 112 anni fa fu massacrata dai «cannibali», come si avventò sugli spettatori lo stesso Giacomo Puccini reduce da una catastrofe. Un pregevole recupero filologico e un buon successo, invece, per la serata che ha inaugurato un'altra stagione scaligera che porta nelle casse dell'indotto i 50 milioni di euro certificati dalla Camera di commercio di Monza. Il miglior biglietto da visita di una Milano che lavora e produce, mentre a Roma si briga per poltrone e strapuntini. Il rito bizantino contro quello ambrosiano che mai come in questa Prima di Sant'Ambrogio, da sempre termometro della città, ha certificato la distanza di Milano dalla Capitale e dal resto del Paese. Perché non è solo l'aver votato Sì in assoluta controtendenza rispetto alla valanga dei No, ci sono anche il non lamentarsi poi troppo per i soldi eternamente promessi dal governo e mai arrivati e l'impressione sempre più chiara di dover tirare una carretta su cui sono in troppi a voler continuare a salire. A sbafo. E così nel foyer nessuno si è lamentato per l'assenza di istituzioni romane che ormai si dà per scontato essere lontane dalle brume lombarde, ma consolati dall'aver mandato in diretta Rai quello che è destinato a rimanere per un bel po' il maggior evento culturale.

L'eleganza delle sciure è stata sobria, pochi scimmiottamenti di kimono che avrebbero fatto più Carnevale che Sant'Ambrogio e piuttosto il turbamento di fronte al dramma della quindicenne (la piuttosto in carne ma sensuale soprano uruguaiano, con bisnonno napoletano Maria José Siri) sedotta e abbandonata dalla rapacità sessuale e colonialista del tenente Pinkerton. Le scene sono classiche e ispirate dal regista lettone Alvis Hermanis al Giappone tradizionale che si può ammirare a poche centinaia di metri dalla Scala nella meravigliosa mostra a Palazzo Reale che celebra il genio dei maestri Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Le radici orientali che ancorano al cuore della platea uno spettacolo ispirato al «famolo strano», come dice il finanziere melomane Francesco Micheli, mettendo in scena la versione originaria del 1904. Quella che, raccontò Giulio Ricordi, fu stroncata con «grugniti, boati, muggiti, risa, sghignazzate». Ieri, invece, applausi.