Sciarrino rispolvera Stradella sulle ali magiche del barocco

L'opera "Ti vedo, ti sento, mi perdo" esordisce martedì. Rivisitato il compositore seicentesco che anticipò stili

Il Barocco, primo momento cruciale della nostra estetica dal quale attingere ancora oggi. Culla dell'anamorfosi. Stradella, che nonostante la sua «cattiva fama» (di libertino e non solo, ndr) è stato un antico pioniere. E ancora il suono contemporaneo, quello che non vuole rinunciare a mettere al centro l'ascoltatore, esiti forgiati per «mantenersi sull'orlo, al confine con il nulla».

Benvenuti nel mondo di Salvatore Sciarrino e alla scoperta della sua nuova opera. Di cui lui, «dotto siciliano», ha scritto sia musiche sia libretto. Ti vedo, ti sento, mi perdo è il misterioso titolo scelto. Dopo una lunga gestazione progettuale, anche dove l'autore abita - a Città di Castello - una meticolosa preparazione in teatro e poi mediatica con conferenze e incontri, lo spettacolo di un'ora e quaranta andrà in scena martedì al Teatro alla Scala - repliche il 17, 18, 21, 24 e 26 - una tappa fondamentale del festival «Milano Musica» che quest'anno è dedicato proprio al compositore «nostro» più conosciuto in Italia e all'estero; l'occasione è anche il suo settantesimo compleanno. Una prima assoluta per un viaggio immaginativo e musicale compiuto adottando pure la creazione dell'antico genovese che fu assassinato, pare, per questioni «sentimentali» artista in questo caso assurto al «ruolo» di ispiratore ; personaggio romanzesco non abbastanza capito nella sua genialità. E ora ecco questa opera a fare «un po' di giustizia», commissione e coproduzione Piermarini-Staatsoper Unter den Linden di Berlino; l'esecuzione è stata affidata all'Orchestra e al Coro scaligeri, diretti rispettivamente dal parigino Maxime Pascal e dal Maestro Bruno Casoni.

Con alcuni protagonisti l'altro pomeriggio nella sala giallo-oro del Teatro un incontro ad hoc. Al centro del tavolo Sciarrino stesso con accanto a fare gli onori di casa per gli addetti ai lavori, il sovrintendente scaligero Alexander Pereira, il regista tedesco Jurgen Flimm, lo stesso Maxime e il cantante Charles Workman, che sul palco nel ruolo del musico in prima linea con la collega Laura Aikin. La parola da subito al compositore: «Dopo la preparazione del libretto ho capito che Stradella mi ha cambiato la vita e pure la prospettiva della storia musicale. Un anticipatore con un gusto rigorosissimo ma già proiettato verso la fine del Settecento, primo Ottocento». Il musicista che avrebbe già potuto sguazzare nella nuova tonalità, tanto che i personaggi nell'opera canteranno riferendosi a questa affascinante figura «vola nella nuova armonia». La struttura.

Primo atto-intermezzo-secondo atto con l'incipit agganciato alle ultime note del tempo precedente, scaletta per una storia che più o meno fa così: «A Roma si sta provando una cantata. Lo spazio scenico è su tre livelli, nel primo trovano posto la cantatrice, il coro e gli strumentisti; nel mezzo agiscono i servi del palazzo che commentano l'azione nella tradizione della commedia dell'arte; alla ribalta il letterato e il musico, accanto chi aspetta il suo turno per suonare». L'opera è attraversata da due temi: il distacco prima di perdersi che si intreccia con la riflessione sul processo della creazione, le storie di Ulisse e delle sirene e il mito di Orfeo; mentre il secondo vira sulla centralità dei sensi e della passione. «Nella trama orchestrale - viene spiegato - emergono le musiche di Stradella, squarci di memoria che mostrano un ponte verso sonorità successive di secoli». Il tutto «trattato» dall'arte sciarriniana che in primis riguarda il movimento, la maniera in cui i suoni emergono dal silenzio, crescono, si realizzano e poi ritornano da dove sono venuti, scomparendo.

Un procedere musicale, questo, che alla fine trasforma l'interprete-direttore d'orchestra in uno «scultore di suoni».