«Le scommesse non sono nel nostro Dna, la colpa è solo degli immigrati»

L’assessore leghista Davide Boni: «Noi siamo un popolo che lavora, al massimo facciamo un giro a Campione e a Lugano per divertirci alla roulette»

«Ghe pensi mi», aveva detto quando si era saputo che i cinesi volevano invadere la città con slot machine e videopoker. E difatti Davide Boni, assessore regionale all’Urbanistica, non ha dimenticato l’impegno preso a suo tempo. Aveva promesso una legge per regolamentare le sale da gioco, ci sta lavorando con i colleghi della Sanità e del Commercio.
A che punto siamo assessore?
«Siamo ancora in fase di studio. Nel settore c’è una deregolamentazione totale. I locali presentano metrature inadeguate e spesso sfuggono ai controlli igienico-sanitari. Non mi riferisco solo alle sale da gioco, ma anche ai normali bar che sono sempre più pieni di slot machine e affini. Serve una norma composita, ci arriveremo prima o poi».
Intanto Milano detiene il record nazionale di soldi scommessi nel 2007. Se lo aspettava?
«Non è una sorpresa. Milano raccoglie un elevato numero di immigrati. Sono soprattutto loro a incrementare il volume delle puntate sul gioco d’azzardo».
Lombardi popolo di giocatori non corrisponde dunque alla realtà?
«Non credo proprio. I lumbard non hanno nel sangue il gioco d’azzardo. Pensano piuttosto a lavorare. Al massimo si concedono una capatina ogni tanto a Campione o a Lugano per puntare qualche fiches. Non ce li vedo al bar a buttare lo stipendio in una macchinetta. Sono semmai i non autoctoni ad avere queste abitudini».
Lei è stato uno dei primi a rilanciare l’idea di un casinò a Milano. È ancora convinto?
«Sì. Secondo me sarebbe più facile controllare una grande casa da gioco che cinquemila bar sparsi per la città. E poi il casinò ha delle barriere più rigide da superare: non è sotto casa e non ci si può andare in canottiera. Scoraggerebbe buona parte di quei giocatori che invece sperperano una fortuna in macchinette».
Tante delle nuove sale da gioco sarebbero gestite da stranieri. La spaventa?
«È chiaro che popoli come quello cinese hanno una lunga tradizione per il gioco d’azzardo e dunque investono in questo settore. Il problema è quando lo fanno in zone periferiche già disagiate o con sistemi poco onesti. Slot e videopoker sono difficili da controllare e spesso sono tarate per non far vincere mai i clienti. Insomma, sovente siamo al limite della truffa».
Lei scommette?
«Da buon lumbard, gioco davvero di rado. Qualche volta mi hanno portato al casinò. E ogni tanto ho puntato sul Milan. Ma solo per una questione di cuore e non come investimento».