«Se torno a casa, papà mi ammazza»

Per cercare di ritrovarla dieci giorni dopo la sua scomparsa, il padre si era rivolto anche a «Chi l'ha visto?». Ma di Ayesha, adolescente pakistana, sembrava si fossero perse le tracce. Fino a quando l'altro giorno i carabinieri di Monza sono riusciti a rintracciarla da un amico cingalese. Ma al momento di riportarla a casa la ragazzina sembra abbia puntato i piedi «Se torno, mio padre mi ammazza». Lasciando immaginare un forte contrasto con il padre, fervente musulmano. Un situazione già vista e che in passato si è conclusa con l'uccisione di alcune adolescenti. Così il magistrato ha disposto l' affidamento in comunità in attesa di accertamenti.
Aysha è una ragazzina timida, non ha ancora compiuto 17 anni, minuta, 1 metro e 60, con molte difficoltà a esprimersi in italiano. Nonostante la famiglia sia ormai da 4 anni a Monza, parla solo «urdu», idioma ufficiale del Pakistan. Proprio per migliorare la conoscenza della nostra lingua, la ragazza si era iscritta a un corso di italiano e lunedì 9 luglio era uscita verso le 8.30 per recarsi a lezione. Ma all'ora di pranzo non era rientrata. I genitori erano andati a cercarla a scuola, ma gli insegnanti non l'avevano vista quel giorno.
La famiglia, padre, madre e sei fratelli, tutti con permesso di soggiorno e regolare lavoro, inizia le ricerche, bussando da parenti e amici, allargando la ricerca fino a Genova dove vivono alcuni cugini. Niente da fare. Alla fine i genitori fanno regolare denuncia ai carabinieri di Monza, quindi si rivolgono anche a «Chi l'ha visto?». I militari si mettono al lavoro ma si trovano davanti un ostacolo: la ragazzina non possiede cellulare, dunque non si possono usare le tradizionali indagini telematiche come lo «storico» delle telefonate o la traccia lasciata dalle «celle» agganciate dall'apparecchio. Si deve fare all'antica bussando a tutte le porte, chiedendo, mostrando la fotografia. Fino a quando un labile indizio li porta a Vedano al Lambro, dove effettivamente la ragazzina viene trovata nella notte tra sabato e domenica a casa di un cingalese poco più grande. Che verrà denunciato per «sottrazione consensuale di minore».
La ragazzina è in ottime condizioni, come certificherà anche una visita medica al San Gerardo, ma al momento di rientrare in famiglia, si impunta «Se torno, mio padre mi ammazza» sembra abbia detto. Data la minore età non è facile bucare il muro di riservatezza degli investigatori, ma sembra di capire che dietro il rifiuto dell'adolescente ci sia un travagliato rapporto con il padre, un fervente musulmano che le impone di uscire con l'hijab, il classico foulard che copre capelli e collo, mentre lei vuole vivere all'occidentale. Troppo vive nella memoria le tragiche vicende di ragazze uccise da padri integralisti, la pakistana Hina nel 2006 a Brescia, la marocchina Sanaa a Pordenone nel 2009. Così viene informato il giudice dei minori che, dopo averla sentita, in attesa di verifiche decide di metterla in un comunità protetta. Lontana dal padre.