Sea, giudice condannato «Una sentenza già scritta»

Due anni per falso ideologico all'ex magistrato Adriano Leo Resta il giallo su chi dettò la decisione favorevole al Comune

Luca Fazzo

Processo che si chiude, domande che si aprono. Perché la sentenza che ieri condanna a due anni di carcere per falso ideologico Adriano Leo, ex presidente della terza sezione del Tar della Lombardia, certifica ciò che era ormai evidente: il giudice Leo, nel giugno 2013, depositò una sentenza diversa dalla decisione che era stata presa nel chiuso della camera di consiglio («una camera di consiglio turbolenta», l'ha descritta un testimone). E lo fece per dare una mano al Comune di Milano, impegnato nel tentativo di salvare dal crac Sea Handling, la società che smista i bagagli e merci negli aeroporti. Diversamente da quanto aveva stabilito con i giudici a latere, Silvana Bini e Fabrizio Fornataro, Leo dichiarò nullo il provvedimento dell'Unione Europea che bocciava il maxiaumento di capitale voluto da Palazzo Marino per tenere a galla la società. Indignata, la Bini fece partire la denuncia (dopo che il primo presidente del Tar, Francesco Mariuzzo, aveva cercato di dissuaderla: e per questo è stato indagato ma poi prosciolto).

Assodata la colpevolezza di Leo, si aprono interrogativi ancora più inquietanti. Nella sua requisitoria di ieri, il pm Roberto Pellicano ha spiegato come sia provato che Leo arrivò in camera di consiglio con una sentenza già pronta, ma che non era stata scritta da lui. Nel corso delle udienze, lo aveva spiegato il giudice Fornataro: «Leo si è presentato in camera di consiglio con questo foglio manoscritto del quale diede lettura. Ripeto che era un brogliaccio di motivazione già scritta, non ho fatto caso se potesse corrispondere alla grafia del dottor Leo o meno. Posso dire, sebbene sia per me doveroso rimarcare che si tratta di una impressione, che Leo non fosse l'autore di quel documento». E altri testimoni hanno spiegato come Leo non fosse giuridicamente all'altezza di addentrarsi in un tema così complesso.

Chi fu, allora, il ghost writer? Qualcuno, evidentemente, cui stava a cuore che il Comune si vedesse dare ragione su tutta la linea. E qui si aprono i dubbi sull'operare dell'Avvocatura comunale nel corso della causa Sea. Ieri nella requisitoria Pellicano ha ricordato un episodio illuminante, riferito in aula da un altro giudice del Tar, Domenico Giordano. «Sono emersi - ricorda il pm - spunti interessanti: il più evidente il giudice Giordano che ha parlato del colloquio avvenuto pubblicamente nel cortile della sede del Tar con avvocati del Comune che hanno rappresentato l' enorme preoccupazione del Comune in ordine alla ipotesi che il ricorso non fosse accolto».

In aula, Giordano aveva indicato con nome e cognome l'autrice delle pressioni: Maria Rita Surano, allora capo dell'Avvocatura comunale. Un alto burocrate pubblico, cui sarebbe interessante chiedere se sia stata una iniziativa personale, quella di andare a spiegare al Tar che il Comune era «enormemente preoccupato».