Security in Tribunale società verso il fallimento Le guardie: «Noi scaricati»

Cristina Bassi

«Quelli che vanno tutelati sono i 600 dipendenti nonostante l'arresto del loro datore di lavoro»: la responsabile della Dda Ilda Boccassini lo aveva sottolineato quando a metà maggio sono finiti in carcere per presunti legami con la mafia Alessandro e Nicola Fazio, titolari del gruppo Securpolice. Invece i lavoratori, proprio quelli che prestavano servizio di sicurezza in Tribunale, sono finiti in mezzo a una strada. «Scaricati», denunciano le guardie che fino al 30 giugno controllavano gli ingressi del Palazzo di giustizia. Almeno per ora la prospettiva che hanno davanti i 40 operatori del palazzo insieme ai 600 sparsi in tutta Italia è il fallimento della società.

La Securpolice non era stata sequestrata bensì affidata a un amministratore giudiziario proprio nell'intento di salvare i posti di lavoro. Il commissario Alessandro Sabatino però non ha potuto fare altro che constatare che l'unica via possibile è il fallimento. Il gruppo infatti sopravviveva perché gli ex titolari non pagavano Iva né contributi previdenziali. Entro la fine del mese porterà i libri in Tribunale. Nel frattempo il contratto per la security a Palazzo non è stato rinnovato e i «disarmati» della Securpolice sono stati sostituiti dalle guardie armate della All System. In via provvisoria, fino al prossimo bando. Anche se la Procura generale sarebbe orientata ad affidare in futuro la sorveglianza alla polizia penitenziaria. Ieri i lavoratori hanno protestato davanti al Tribunale. «La strategia conservativa è fallita - attacca Giovanni Cippo, di Flaicauniti-Cub -. Queste persone non ricevono lo stipendio da oltre due mesi e Sabatino ha garantito il pagamento della tranche dal 12 al 30 luglio. Per il resto, solo promesse, come quella di ricollocare i dipendenti in altre società dopo il fallimento». Dieci delle ex guardie del Tribunale sono già state ricollocate. Ma, sottolinea il sindacalista, per gli altri tempi lunghi e futuro incerto significano tracollo. «Parliamo di lavoratori con uno stipendio base sotto i 700 euro - continua Cippo - che erano finiti in mano a dei criminali e che in questi mesi hanno chiesto prestiti a parenti e amici. Colpa anche di Cgil, Cisl e Uil che hanno sottoscritto un contratto pessimo, da nuovo sottoproletariato. Ben vengano le inchieste e i sequestri ai mafiosi, ma non pagare gli stipendi con i soldi sequestrati è un'ingiustizia. Anche questi lavoratori sono vittime della mafia».