SEGUE DA PAG 45

(...) produttivo, il vicedirettore del Giornale commentava amaramente a proposito di Assolombarda che è «difficile immaginare un interlocutore più debole nei confronti della politica e della società milanese». È come se in un contesto come quello ambrosiano, da sempre improntato alla sana prassi del «fare» e del «decidere», avesse messo radici un principio di sussidiarietà a rovescio: là dove i corpi intermedi non sanno muoversi per rispondere ai bisogni che rappresentano, giunge dall’alto l’intervento dell’ente superiore (lo Stato, la politica…). Ma rispetto al tema della rappresentanza imprenditoriale, c’è da porsi un’altra questione: qual è oggi il vero ceto industriale di Milano? È quello delle grandi famiglie del capitalismo feudale, che da tempo hanno dimenticato il rumore della fabbrica e l’odore della fatica? Che hanno «salvato» Alitalia e affossato Malpensa? Che, come si racconta nel bel libro «Affari di famiglia» di Filippo Astone, hanno demandato a una generazione di «figli di papà» (che incassa compensi da favola solo occupando poltrone nei cda di holding e società finanziarie) la progressiva deindustrializzazione del Paese? Oppure è quello delle piccole e medie imprese di famiglia, nate dalla genialità e dalla caparbietà di tecnici, ingegneri ed ex operai che dagli anni Sessanta-Settanta hanno costruito il nuovo modello produttivo del nord Italia? Questa è oggi la vera e unica forza propulsiva dell’industria milanese e lombarda, ma anche nazionale: la grande platea delle imprese dai 15 ai 500 addetti che hanno anche superato l’anacronistica accusa di «nanismo», perché stanno attuando la logica della filiera distrettuale integrata, secondo un modello che è oggetto di studio nei più avanzati pensatoi socio-economici internazionali. Questo è il modello da mettere in vetrina all’Expo, ma questo è anche il sistema che ha bisogno di un hub come Malpensa che lo colleghi direttamente con il resto del mondo. Di infrastrutture e nodi intermodali efficienti per il traffico delle merci. A maggior ragione in questo periodo di crisi, con gli imprenditori che hanno ripreso a girare con la valigia per cercarsi nuovi mercati, come nell'Europa dell’Est o in Africa. È a nome di questo popolo di piccoli e medi imprenditori che Confapi chiede interventi immediati e strategici: sul breve termine, per aiutare le imprese che decidono di non licenziare, a resistere al calo degli ordinativi (dal 30% al 70% in meno). Sul lungo, con una politica prioritaria a favore del comparto manifatturiero, prima fonte di ricchezza produttiva (ma anche di gettito fiscale e quindi di welfare) per un Paese.
* Presidente Confapi