SEGUE DA PAGINA 45

(...) Alla fine di gennaio chiede al tribunale di sorveglianza di poter scontare quanto gli resta della pena agli arresti domiciliari o in affidamento ai servizi sociali. E il tribunale gli dice di no.
Fin qui nulla di scandaloso, anche perché il curriculum del ventottenne rozzanese non sembra fatto per suscitare particolari simpatie. «Personalità strutturata in modo asociale», viene definito.
Ma è la motivazione dell’ordinanza che lascia l’amaro in bocca ai suoi concittadini. Tra gli elementi che portano i giudici a negare i domiciliari, c’è infatti un rapporto dei carabinieri di Milano che - si legge nell’ordinanza - «segnalano il difetto di svolgimento di attività lavorativa pregressa alla presente carcerazione e il rischio di reiterazione criminosa correlato anche alle caratteristiche del contesto urbano di domicilio di G.L., in Rozzano, in quanto ad elevata presenza di pregiudicati».
Se carabinieri e giudici si fossero limitati a descrivere il contesto sociale e familiare, o i rapporti d’affari con altri malavitosi, nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Che a Rozzano non vivano solo chierichetti è notorio. Ma sostenere che il fatto di vivere a Rozzano è di per sé foriero di nuovi crimini da parte del condannato in quanto si tratterebbe di un territorio «a elevata presenza di pregiudicati» è suonato un po’ sbrigativo: come se non si riuscisse ad abbandonare un vecchio cliché, anche oggi che a Rozzano ci sono più biblioteche che covi della mala, e più sportivi che balordi.