«Sempre più malati di gioco e noi non possiamo curarli»

Pubblicità progresso contro la droga, ma se n’è mai vista una contro il gioco? Macché! Anzi, gli input che invitano a giocare si insinuano in tv, telefonini, pc; la Corte dei conti ha calcolato che la raccolta statale dei proventi delle giocate annue ammonta a ben 80 miliardi d’euro. Milano è la terza città d’Italia per l’azzardo con 298 attività del settore e un record di oltre 665 milioni di euro. Settecentomila giocatori, 54% uomini e 30% donne, mille e quattrocento dei quali sono affetti da gap, gioco d’azzardo patologico. Da circa un ventennio l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto la «dipendenza da gioco», eppure non solo non si parla di prevenzione o di informazione ma ci si rifiuta d’affrontare anche la cura tout court.
«Il ministro Andrea Riccardi ha annunciato l’inserimento nei Lea (Livelli essenziali d’assistenza) di questa pericolosa patologia, ma non si è visto ancora nulla, così siamo impossibilitati ad applicare le giuste terapie a chi si presenta disperato per essere affetto da questa forma di dipendenza» spiega Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento delle dipendenze delle Asl milanesi. A livello nazionale qualcosa si muove. E’ in Commissione al Senato un progetto di legge che prevede di destinare l’un per cento di quegli 80 miliardi alle terapie sul gap, ma di fatto ancora nulla di istituzionale spunta.
Una galassia inattaccabile di interessi economici e connessioni con clan mafiosi come quello dei Santapaola fanno girare una roulette su cui viene schiacciato come un numero che non conta il piccolo, reduce «tossicodipendente». Reduce da una guerra quotidiana, perché la dipendenza da gioco è peggiore di quella da droga. «Il problema sta nel fatto che non si tratta di una dipendenza illecita ma lecita perché è noto che l’Italia è il Paese in cui si gioca di più. Da noi arriva molta gente che si rende conto che la sua vita è solo incentrata sulla speranza illusoria di vincere. E chi ha il coraggio di dire pubblicamente che invece a puntare sull’azzardo si perde sempre?».
La confessione di un tossico: «Un giorno sono riuscito ad arrivare a sera senza giocare mai». Nelle mani di chi può mettersi questo disgraziato? «Ecco un altro aspetto aberrante della questione. Noi non possiamo procedere all’intervento, così rischia di trovare improvvisati saccenti che nel frattempo hanno capito che oggi curare questa forma di dipendenza è un business. Insomma tutto è business intorno a all’illusione di fare denaro rischiando su una puntata. La sala delle slot machine aperta vicina a una scuola, che induce alla formazione di futuri dipendenti, è un business, la terapia anche. Quando comincerà il tempo in cui la società si renderà conto che il videopoker o la slot giocano in modo venefico sul nostro cervello, che nasce dipendente dalla madre e muore dipendenti dalla vita?».
E se un gioco di parole può servire a far comprendere quanto sia fragile la mente nel crearsi fantasmi cannibali, forse non basta a far capire quanto la società dei consumi innesti processi devastanti quando spinge l’uomo a illudersi d’aver bisogno di ciò di cui bisogno non ha. «Con la crisi siamo arrivati al paradosso di ridurre i consumi di prima necessità, il pane o la verdura, per investire su quelli che creadimo ci portino a non avere più bisogno della più subdola delle necessità, il denaro, nel miraggio di guadagnarla attraverso la via più macabra: giocare».
Le istituzioni pubbliche con competenze sanitarie sarebbero pronte per affrontare questa emergenza? «Certo. Con terapie psicologiche, farmacologice e anche sedute di gruppo. Sappiamo come intervenire, ma non sappiamo ancora quale gioco debba scattare nella coscienza sociale e politica affinché si renda consapevole di questa piaga».