"Sermoni in italiano e albo degli Imam"

Il pm autore di "Jihad": "Diritto di culto va garantito ma con paletti"

Va bene regolarizzare le moschee, ma ci vogliono dei paletti molto precisi per tutelare prima di tutto proprio la comunità islamica. Stefano Dambruoso, 56 anni, è l'autore del libro Jihad e un magistrato antiterrorismo oggi in servizio a Bologna. A Milano ha svolto importanti indagini sulle reti terroristiche e oggi torna a parlare della questione delle moschee previste nel Piano delle attrezzature religiose (Par) presentato dal Comune: sei nuove moschee che stanno scuotendo le preoccupazioni della politica e di buona parte della città. Sulla questione Dambruoso parla da uomo delle istituzioni: «É giusto che si cerchi di garantire il diritto di culto a tutte le religioni, come previsto dalla nostra Costituzione, in particolare per eliminare quelle zone d'ombra poco controllabili come gli scantinati in cui chiunque può autonominarsi predicatore, ma dal punto di vista dell'ordine pubblico ci sono alcuni punti fermi che ormai mi sembrano condivisi da tutti - enumera il magistrato - in primo luogo deve essere chiara l'origine di tutti i finanziamenti che arrivano alle moschee, in secondo luogo i sermoni devono essere tenuti in italiano e infine si deve tenere un albo degli Imam».

Questi punti però non devono essere presi come una punizione o un mezzo per discriminare la comunità musulmana: «Bisogna contestualizzare le modalità delle dinamiche del dialogo interreligioso in questo momento storico e adottare provvedimenti volti a detendere i pregiudizi infondati verso la comunità musulmana causati da quell'uno per cento che non vuole una convivenza pacifica con le altre fedi - precisa Dambruoso -. I regolamenti dunque servono a tutti, ma più come protezione per i fedeli dell'Islam che per i cittadini della nazione che li ospita».

Se davvero si decidesse di adottare queste prescrizioni, non si tratterebbe nemmeno di una regolamentazione unica in Europa: «In Francia e Belgio esiste già l'obbligo per gli Imam di predicare nella lingua della nazione ospitante - afferma il magistrato - e in Francia esiste anche un registro dei predicatori, anche se non si chiama esattamente così, dove sono censiti i religiosi responsabili delle moschee».

In Francia e Belgio però la situazione è molto diversa: gli attentati degli scorsi anni hanno causato decine di vittime e tutto il continente è stato scosso dai fiumi di sangue versati dal terrorismo islamico. In Italia però c'è un fatto, cioè la percezione del pericolo che accompagna la comunità musulmana e tutte le attività ad essa connesse. Per questo sono necessarie delle norme che dissipino le ansie e i pregiudizi verso una comunità che solo a Milano conta 70mila persone, come ha detto il magistrato: «Disciplinare non vuol dire discriminare, ma garantire una più serena convivenza per tutti».

Il tema, soprattutto sul registro degli Imam e sulle prediche in italiano, è ancora spinoso. Sembra invece ormai accettata la clausola sulla trasparenza degli investimenti.