La sfida degli Sforza alla storia: il casato che cambiò Milano

Esce il primo atto di una trilogia sulla celebre famiglia che governò la nostra città nell'epoca rinascimentale

All'inizio di una delle più folgoranti ascese familiari dell'Italia rinascimentale c'è un ragazzo dalle spalle larghe. All'apparenza un contadinotto come tanti altri. Ma lui, Giacomo Attendolo, era diverso. Aveva coraggio e forza d'animo e, non guasta mai, una certa scaltrezza da campagnolo che, col tempo, si sarebbe trasformata in tattica sul campo di battaglia e poi, addirittura, in grande strategia politica. Il primo ad accorgersene fu il condottiero Boldrino da Panicale. Decise di accamparsi vicino a Cotignola, in Romagna, e quando Giacomo, detto Muzio, cercò di sloggiarlo dai campi della sua famiglia, si rese conto che quel sedicenne aveva grinta, coraggio e prestanza fisica. Del resto gli Attendolo combattevano, da anni, una sorta di guerra informale con un'altra famiglia della zona, i Pasolini. Lo arruolò come saccomanno (sorta di scudiero) e, in brevissimo tempo, Muzio fece carriera sino a mettere su una compagnia di ventura tutta sua. Era bravo non solo a vincere battaglie ma anche a negoziare contratti. Pare che un altro suo mentore, il temuto Alberigo da Barbiano, in una discussione a tema bottino gli disse: «Non solo ti sforzi al massimo in combattimento, e questo va bene... ma ti sforzi anche con me e questo va meno bene». Da allora divenne per tutti Muzio Sforza, e così, Sforza, si sarebbe chiamata la sua dinastia.

Da queste vicende prende il via il saggio (quasi romanzo) di Carlo Maria Lomartire pubblicato per i tipi di Mondadori: Gli Sforza. Il racconto della dinastia che fece grande Milano (pagg. 228, euro 19). Ma poi la narrazione si allarga per seguire tutte le vicende di una delle più potenti dinastie del Rinascimento italiano. Muzio è la vera star della parte iniziale dell'epopea scritta da questo giornalista amante della Storia. Anche perché è lui l'artefice del primo fondamentale gradino dell'ascesa sociale della famiglia. Ed è, in fondo, ironico che la sua morte, nel 1423, sia avvenuta in modo banale. La città dell'Aquila subì l'assedio di Braccio da Montone (altro noto condottiero), al soldo di Alfonso di Aragona. Lo Sforza era stato assoldato per andare a soccorrere guarnigione e cittadini. Nel tentativo di guadare il fiume Pescara un suo paggio rischiò di affogare e Muzio, per salvarlo, fu travolto dalle acque. Cadde così il fondatore della casata.

E fu così che il bastone del comando passò a Francesco (1401-1466) il figlio illegittimo ma amatissimo di Muzio che riuscì a consolidare definitivamente la famiglia, a prendere il controllo di Milano, mettendo fine alla Repubblica ambrosiana e a stabilizzare l'Italia con la pace di Lodi. Da lì la storia degli Sforza è più nota ma la narrazione di Lomartire è sempre viva e gustosa e fa incontrare al lettore tutti i membri più importanti di questa casata, sino alla nomina a duca il 20 marzo del 1466 di Gian Galeazzo Maria Sforza. Del resto per Lomartire questo è l'inizio di una trilogia a cui seguiranno Ludovico il Moro e Sforza gli anni della decadenza. Perché alla corte di Milano si sono giocati i destini dell'Italia rinascimentale. In una partita che, alla lunga, gli Sforza non potevano vincere. E le cui conseguenze hanno cambiato per secoli il destino della penisola.