Sfida per le Olimpiadi 2024: ma Milano è senza impianti

di Carlo Maria Lomartire

Posizione A: Milano non può candidarsi alle Olimpiadi perché non dispone di sufficienti impianti sportivi. Posizione B: solo candidandosi alle Olimpiadi Milano realizzerà gli impianti sportivi degni di una metropoli del suo rango. Il rilancio dell'antagonismo Roma-Milano sulla possibile candidatura alle Olimpiadi del 2024 ripropone questi due punti di vista solo apparentemente contraddittori. Infatti, premesso che, nonostante il romacentrismo del romanissimo Coni, accetteremmo con entusiasmo che Milano ospitasse i Giochi (evento - diciamola tutta - ben più mediatico, popolare e globale di un'Expo dedicata al cibo), proprio da quella apparente contraddizione risulta evidente che, Olimpiadi sì o Olimpiadi no, il vero problema è la vergognosa insufficienza di impianti sportivi a Milano. Mancano, per citare le carenze più clamorose, uno vero stadio dell'atletica, un palazzo dello sport degno di questo nome (mai ricostruito quello sepolto sotto la grande nevicata del 1985), uno stadio del nuoto, uno del tennis e perfino San Siro, com'è oggi, non potrebbe ospitare un campionato mondiale e neppure europeo di calcio. Nella nostra città, in queste deplorevoli condizioni, non potrebbe aver luogo nessuna delle prestigiose manifestazioni sportive che tanto lustro (e visitatori e soldi) danno ad altre metropoli: né i Mondiali di nuoto appena conclusi a Barcellona e che anche Roma ha ospitato nel 2009, né i Mondiali di atletica in corso a Mosca, né alcuno dei prestigiosi tornei tennistici di Parigi, Londra o Roma. A Milano più in là del calcio, oltre la Champions League non possiamo andare.
Ma questa imbarazzante condizione di cugini poveri, per non fermarci all'autocommiserazione ci porta a chiederci: perché nessuna amministrazione, nessuna maggioranza, nessun candidato sindaco se ne è mai occupato nel suo programma elettorale? Perché nessuno ha mai proposto agli elettori "diamo a Milano gli impianti sportivi che merita"? Immagino le risposte: per evitare di sentirsi rinfacciare che "di ben altro abbiamo bisogno", per il temore che occuparsi di sport sia poco "sociale" e dia un'impressione di superficialità, per non dire del timore di scatenare il solito stupido e violento partito del "no a tutto". In realtà, com'è noto, essere nelle condizioni di ospitare importanti eventi sportivi internazionali, oltre ad accrescere il prestigio e l'attrattività della città, attira turisti ben disposti a spendere.
Ma l'obiezione apparentemente più forte e ragionevole sarebbe questa: dove troviamo i soldi per costruire tutti quegli impianti? Certo non è il momento di parlare di spese, ma se è vero che ci sono i primi timidi segnali di ripresa e tenendo conto dei tempi biblici che la pachidermica burocrazia italiana frappone tra una decisione politica e la sua realizzazione, sarebbe bene cominciare a parlarne ora per passare poi, eventualmente, alla realizzazione nei nuovi auspicati anni delle vacche se non grasse, almeno in buona salute.
Come e dove si trovano i soldi, dunque? Coinvolgendo i privati, con operazioni di tipo project financing: chi contribuisce all'investimento si ripaga, almeno in parte, con la gestione degli impianti, come già avviene a Milano e in Lombardia per alcune nuove linee metropolitane e alcune nuove autostrade. O con concessioni o diritti ottenuti dall'amministrazione pubblica, come accaduto, ad esempio per il Forum di Assago costruito nel 1990 dai Cabassi. A queste condizioni gli elettori apprezzerebbero, ci pensino i prossimi candidati sindaci metropolitani.