Sfigurò l'amico dell'ex moglie Condannato a 10 anni di cella

É brutto dirlo: ma nessuno assume un consulente finanziario con mezza faccia devastata, un orecchio contorto e un occhio di vetro. Così tra le conseguenze che Antonello Mele ha incontrato per l'unica colpa di essersi innamorato di una donna, c'è stata anche la perdita del lavoro. E il cammino giudiziario che ieri si compie, con la condanna dell'uomo che lo ha ridotto in questo stato, non gli ridarà nulla di ciò che ha perso. Mele continuerà, come ogni notte, a svegliarsi di soprassalto. E rivedrà lo sconosciuto che lo aspetta sotto casa per lanciargli in pieno viso l'acido solforico.
Non ci sono solo i femminicidi, nel campionario di delitti che scaturiscono dalla gelosia. Quando Felice Ravasi, imprenditore brianzolo, scoprì che sua moglie aveva un'amante, non se la prese con lei. Dichiarò guerra all'«altro», all'uomo che accusava di avergli portato via la donna. Ne seguirono mesi di violenze crescenti. Ieri, con una sentenza severa, Ravasi è stato condannato a dieci anni di carcere. Quasi come se avesse ucciso. E d'altronde, nello sfogo della vittima, c'è il racconto quasi di una morte civile. «Ho cominciato a perdere il 21 settembre 2009. In un solo colpo ho perso la famiglia, il lavoro e la salute, le tre cose più importanti. E hanno perso due famiglie, hanno perso gli affetti. Per cosa poi? Solo per gelosia».
Seduto sul banco, accanto al suo avvocato Antonella Augimeri, Antonello Mele al momento della sentenza ha pianto. La parte sinistra del volto porta i segni di ventisette operazioni, e ancora non è finita. Ma forse le cicatrici più profonde sono quelle che stanno dentro, la rabbia per le denunce finite a lungo in nulla, e che potevano fermare per tempo la folle rabbia di Ravasi. Ora, di quanto accaduto, verranno chiamati a rispondere anche i testimoni che il giudice sospetta di avere detto il falso in aula, e contro i quali la sentenza dispone l'apertura di una inchiesta: tra questi, il maresciallo dei carabinieri che comandava la stazione di Brivio, e che incamerò senza fare nulla le denunce di Mele. Le minacce telefoniche, sempre più esplicite e brutali, che arrivavano all'uomo, e anche la prima aggressione a pugni in faccia da parte di un emissario di Ravasi, vennero liquidate come cascami della attività professionale di Mele, come vendette di qualche cliente deluso da un investimento finito male: senza tenere conto che il consulente non si occupava di risparmiatori privati ma di fusioni tra grandi aziende, e questo toglieva senso all'ipotesi investigativa. Solo quando in scena entrò un poliziotto solerte, il commissario Parlao, le indagini presero la strada giusta. Ma ormai per salvare Mele era tardi.
Nella sua ricostruzione, il pubblico ministero Giancarla Serafini sostenne che Ravasi nel suo proposito di vendetta aveva trovato un'alleata: Anna Rita Belelli, la moglie di Antonello Mele, anche lei privata di un suo possesso dalla love story tra il marito e la moglie di Ravasi. Ma la Belelli è stata assolta da tutte le accuse, con sentenza ormai passata in giudicato. Così sarà il solo Ravasi a dover versare il mezzo milione di provvisionale concessa dal giudice. E solo lui, se la sentenza verrà confermata, a finire in galera.