Lo sfogo dell'ex assessore: «Non ho voluto fare l'eroe»

L'unico momento di conforto è quando gli arrivano i conteggi della liquidazione della Regione: 268mila euro. Per il resto, le registrazioni dei colloqui tra Domenico Zambetti e i suoi familiari, intercettati dai carabinieri nella sala colloqui del carcere di Opera, sono uno spaccato eloquente su un potente precipitato nel gorgo di una inchiesta per mafia. L'ex assessore regionale alla casa, finito in manette nell'ottobre dello scorso anno, oscilla tra depressione e arrabbiatura. Accusa Eugenio Costantino, l'emissario della 'ndrangheta, di essere «un delinquente e un millantatore», oltretutto troppo loquace, «ti rendi conto che questo per mesi ha continuato in auto a dire cacate». Ma in due passaggi Zambetti ammette chiaramente che i contatti con la malavita organizzata c'erano stati. E che lui non si è tirato indietro. Se avessi rifiutato, dice, «sarei diventato un eroe nazionale». Ma avrebbe dovuto passare il resto dei suoi giorni sotto scorta.
Il primo sfogo è del 22 ottobre. Zambetti riceve in carcere la visita della sua compagna Mara Grazioli. «Io ho fatto una telefonata a Maggio, io l'ho fatta assolutamente ma per forza, io cosa dovevo fare, ma ti rendi conto (...) l'unica cosa che ho fatto, maledetto, se io invece di accettare mettevo a rischio la famiglia e tutti quanti e andavo in Procura qui diventavamo sorvegliati a vista per tutta la vita. Questa è la verità, eh! Questa cosa mi ha portato qua, eh! Diventavo un eroe nazionale, io, e voi per il resto della vita che cazzo facevate, eh? Ci mancherebbe, ma è stato l'unico motivo per il quale ho accettato questa estorsione di merda».
Il 5 dicembre torna sul tema, sempre parlando con la sua convivente: «Lo sai che non posso parlare! D'altronde la loro parola contro la mia. Però alla fine dice (qui racconta del suo interrogatorio con il pm Giuseppe D'Amico) “lei non doveva, perché allora ha accettato?“ Perché si metta nei miei panni, a quarant'anni avrei agito in una maniera, a cinquanta pure, a sessanta sono stato più debole (...) fino a prova contraria non ho rubato niente a nessuno, eh! “Ma lei ha fatto infiltrare...” Che cosa ho fatto infiltrare? Ma chi? La ragazza che stava all'ufficio reclami!». Il riferimento è a Teresa Costantino, figlia di Eugenio, fatta assumere da Zambetti come impiegata all'Aler. Ma si può immaginare che stesse tutto qui il rapporto tra Zambetti e i clan, quello che avrebbe portato l'assessore sotto protezione se si fosse tirato indietro?
Zambetti è ancora in carcere, in attesa del processo fissato per luglio. A Opera, racconta negli interrogatori, incontra l'abate Faria del caso Formigoni, il lobbista Piero Daccò. «E c'è qui anche Totò Riina -, racconta - ma sta da un'altra parte». Il giudice gli ha rifiutato la scarcerazione, come anche a Ambrogio Crespi, il sondaggista che gli avrebbe portato i voti dei clan. «Ma da Crespi - diceva Zambetti in carcere - non ho preso neanche un voto!»