«Sfratto alla Fabbrica del Vapore? In troppi ne facevano uso privato»

Parla una delle associazioni: «Le attività chiuse alla città»

Mimmo di Marzio«Macchè politica che cultura, sono solo canzonette» cantava Edoardo Bennato. E la canzone sembra echeggiare sulla querelle della Fabbrica del Vapore, che nei giorni scorsi ha visto insorgere le associazioni inquiline della cittadella dei giovani di via Procaccini contro lo «sfratto» da parte del locatario Comune. «Da qui non ci muoviamo» hanno tuonato le organizzazioni che da un decennio occupano ad affitto agevolato gli spazi in virtù di un bando pubblico riservato alle nuove proposte creative aperte alla città. Un diritto acquisito a vita? Ad averne seri dubbi è la fondatrice di una delle associazioni più accreditate presenti dalla prima ora alla Fabbrica, Patrizia Brusarosco direttrice di Viafarini, che dal 1991 offre servizi di documentazione sulle arti visive e organizza un residence per artisti e curatori. «Trovo assurdo e anche un po' patetico che, alla scadenza del contratto di convenzione, le associazioni si stupiscano dell'azione del Comune e la strumentalizzino in chiave elettorale. Da anni l'amministrazione chiedeva, giustamente, un coordinamento delle attività della Fabbrica del Vapore e una vera apertura alla città da parte delle associazioni. Tutto ciò non è mai avvenuto». La puntualizzazione di Viafarini, che da quasi trent'anni archivia l'attività degli artisti italiani mettendo i contenuti a disposizione del pubblico, non è casuale. Fu la stessa associazione, in sinergia con Careof, a costituire nel 2012 con Fondazione Cariplo e il Comune uno studio di fattibilità su quelle che avrebbero dovuto essere le linee guida comuni dei soggetti presenti in via Procaccini. «Questo studio non fu mai preso in considerazione dalle altre associazioni che hanno continuato a gestire in modo assolutamente privatistico i loro spazi». Tra queste associazioni, d'altra parte, figurano diverse case di produzione nel settore audiovisivo, del design, del teatro e del cinema: come Studio Azzurro, Show Biz, Neon e altre. Si tratta di associazioni attive sul mercato della creatività ma del cui contributo pubblico la città - giovani compresi - sa poco o nulla. «Ben venga se oggi il Comune ha deciso di affidare la Fabbrica del Vapore ad un ente come Fondazione Milano che gestisce le scuole civiche del Comune, dal teatro al cinema, alle lingue e alla musica» dice la Brusarosco. «D'altra parte l'amministrazione chiedeva alla scadenza del contratto qualcosa che era nel suo pieno diritto: rivedere l'uso degli spazi sulla base dei progetti. E invece molte associazioni hanno creduto che quella fosse casa loro, senza neppure mettere a buon fine i contributi di sponsor come il Salone del Mobile».