Sgarbi: «Ora andiamo avanti ma salviamo le nostre meraviglie»

Meno polemico del solito e molto più contemplativo e intimista, ma non per questo politicamente rassegnato, l’ex assessore Vittorio Sgarbi ha una sua specifica Milano del cuore da salvare e da conservare, al netto di tutti i piani di governo del territorio presenti e futuri. L’abbiamo incontrato sul retro della Triennale, durante la supervisione del restauro ormai ultimato dei «Bagni misteriosi» di De Chirico.
«Che è ultimato si fa per dire - commenta, non avendo perso del tutto la vis polemica -. Questo restauro è una delle piccole ma importanti cose che ho fortemente voluto quand’ero assessore: abbiamo strappato il progetto alla Sovrintendenza e per una cifra dieci volte inferiore a quella che loro prevedevano, e grazie alla Mapei che l’ha finanziata, abbiamo salvato quest’opera e quest’angolo poetico della città da un vergognoso e velocissimo degrado».
Ma perché non sarebbe ultimato, questo restauro?
«Queste due statue di bagnanti sono state ricollocate qui nelle stesse penose condizioni di quando le si era portate via per salvarle dalla corrosione del tempo. Inspiegabile. Risolveremo la cosa».
Intanto, su quali altri luoghi della città appuntare un’attenzione conservativa?
«Ce ne sono di incantevoli e di oltraggiati insieme. Piazza Sant’Alessandro, per esempio. Mi chiedo: perché deve avere un’illuminazione così funerea e panettoni di cemento? Si è salvata invece piazza Belgioioso con palazzo Manzoni: vi ritroviamo un’illuminazione intima, calda, dov’è bello sostare. Ma la Milano che oggi mi interessa di più e che mi sforzerei di conservare è un’altra...».
Quale?
«Quella dei primi anni Trenta, una Milano art déco. La Milano dell’orecchio di Adolfo Wildt, per intenderci, della Ca’ Brutta di Giovanni Muzio, la Milano di Arrigo Minerbi e Piero Portaluppi, e quella che ritrovo ogni volta nelle architetture di via Mozart, via Melegari, via Cappuccini. Milano è la quarta città d’arte d'Italia, dopo Venezia, Roma, Firenze. Ma tra queste è la più sommersa. La meno appariscente. In queste parti della città ritrovo la peculiare dimensione segreta, sommersa, e profondamente novecentesca di Milano. Quasi la sua anima, che oggi sento più vicina a me. Non a caso queste sono le zone più minacciate».
Si suppone anche dall’Expo...
«Che grande illusione, l’Expo. Comunque, dove avevo proposto un Museo di Arte Contemporanea, è stato preferito il solito panettone alla Libeskind. Ci ho perfino fatto una scommessa sopra, con l’assessore Masseroli: che il panettone non verrà finito, forse nemmeno iniziato, prima della fine del mandato. Per come stanno oggi le cose, avrei fatto meglio a scommettere una somma più alta. Possibile che non si sappia andare avanti e allo stesso tempo difendere le meraviglie della città?».
Ce ne suggerisca un’altra...
«Come non lasciarsi stendhalianamente coinvolgere da quel che si trova in piazza Borromeo al 7? In quelle sale, dove oggi ha preso posto uno studio di architetti, troviamo degli splendidi affreschi di sapore pisanelliano, di ispirazione tardogotica. Una meraviglia segreta, forse una delle opere più importanti in città dopo “L’ultima cena”. Sono scene di vita cortese, tutte su un fondo che ormai, essendo scomparsa l’originaria azzurrite, è diventato rosso. Di un rosso intenso e malioso. Ne ero a conoscenza da anni, poi, in occasione del mio ultimo libro, “L’Italia delle meraviglie”- che è un percorso di sorprese artistiche italiane, senza una logica se non quella del capriccio e del divertimento contemplativo - ho voluto segnalare di nuovo queste pareti incantate. Al di là del fatto che fuori, nella piazza, ci abbiano ovviamente messo un orribile parcheggio».
Una piccola buona notizia?
«Ho appena visto dei bozzetti di cera di alcune future statue di Dobrilla. Una volta realizzate, l’architetto Benini le collocherà su un edificio di via Torino. Saranno alte quattro metri».