Lo Shaolin di Tokitsu sbarca a Milano

Il maestro giapponese porta la sua "filosofia" nel capoluogo lombardo

Fisico e spirito, potenza e controllo, corpo e anima. La pratica dello Shaolin mon-Jiseido sbarca a Milano con Kenji Tokitsu per uno stage internazionale di tre giorni (6-7-8 marzo) al centro Tian Qi.

Tokitsu, maestro di fama mondiale, inizia sin da piccolo – come tutti i bambini giapponesi – a interessarsi allo sport e alle arti marziali praticando kendo e karate. Nel 1983 Tokitsu dà vita a Parigi alla scuola Shaolin mon-Karate do, che comincia a strutturare un metodo di combattimento a mano nuda che si inserisca nel solco della tradizione. Un metodo che rappresenta una sintesi originale e personale delle arti di combattimento giapponesi e cinesi. Ma la ricerca di Tokitsu nonb è solo fisica e tecnica, ma anche spirituale. Nel corso degli anni il maestro, oltre a conseguire la seconda laurea in Sociologia, ha dato alla stampa numerosi saggi sull’argomento dallo "Lo zen e la via del karate. Per una teoria delle arti marziali" (pubblicato nel 1979) allo "Shaolin mon. Verso un'arte marziale del futuro" (pubblicato negli anni Ottanta).

Nel terzo millennio l’impegno di Tokitsu è stato soprattutto rivolto alla divulgazione del metodo e dei risultati della sua ricerca. Ed è proprio in questo periodo che il maestro decide di trasferire in Italia la sede principale della sua scuola, dopo circa 30 anni passati a Parigi. Una carriera densa di successi e un impegno seminale, che ha dato vita a un vero e proprio metodo.

Quello di Tokitsu è, dunque, un percorso a trecentosessanta gradi. Un’arte marziale che diventa filosofia e si trasforma in un viaggio nella speculazione e attraverso il significato stesso della vita. “Io pratico le arti marziali innanzi tutto per mio piacere, come per mio piacere porto avanti una ricerca che è anche storica – scirve Tokitsu nella presentazione del suo metodo -. Ho scelto di fare ciò che mi piaceva: e ciò che mi piaceva era l'arte marziale, la riflessione filosofica e gli studi sociologici. Ho esplorato il senso della vita secondo le prospettive che queste passioni mi hanno aperto”. Insomma, non chiamatelo solo sport. Non è solo quello.