SIMONE QUETTI I sogni di carta velina del tipografo retrò

A 75 anni Simone Quetti si ritaglia il grande lusso di dedicarsi al suo gioco preferito: fare la carta. Prende i fogli di velina dentro le camicie, li macera in acqua, li filtra, li unisce ai fiori di camomilla perché il foglio non sia bianco e stampa con il piombo. Nato ad Artogne in Valcamonica, la terra dove l'uomo ha lasciato i primi graffiti della storia della scrittura italiana, studia l'arte del tipografo all'Istituto Pavoniano, nel '56 arriva a Milano e viene assunto come tipografo. «I miei figli hanno aperto un'azienda grafica - racconta - la «Q5». Stampano magliette, tazze, borse in tessuto. Io prendo gli scarti di produzione dei miei ragazzi e torno all'antico modo di creare la carta con le mani». Per i 150 anni della Repubblica ha stampato l'inno nazionale, «Fratelli d'Italia», quest'anno il diploma d'onore per la banda «Giuseppe Verdi» di Busseto e un libro, «Brevi atti per la Santa Comunione» di Bartolomea Capitanio, la fondatrice delle suore di Maria Bambina. «Non lo leggerà nessuno. Non m'importa. Lodovico Pavoni lo stampò nel 1843. L'ho rifatto come lui. L'ho composto con la linotipe, impaginato, stampato con macchina tipografica, rilegato con filo di refe». Pensa di fare l'editore? «Non mi parli di soldi. Non sono mai stato capace di farne. Se qualcuno vuole darmi un suo scritto, gli faccio il libro a modo mio». Ad Artogne ha aperto un museo dedicato al Pavoni, dove c'è un esemplare di torchio unico in Italia.